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*****l’articolo è stato integrato  in forza dell’accordo raggiunto nella giornata del 30 giugno presso la Prefettura di Alessandria.

Le fotografie degli scaffali vuoti nei supermercati IN’S di Genova hanno fatto il giro dei social negli ultimi giorni, generando le spiegazioni più disparate — dalla guerra in Iran al fallimento imminente. La realtà è più semplice e più istruttiva: cinque giorni di sciopero a oltranza dei lavoratori della piattaforma logistica di Tortona, in provincia di Alessandria, hanno fermato i rifornimenti di una parte rilevante della rete IN’S nel Nord Italia. Nessuna crisi finanziaria, nessun problema di mercato. Un conflitto di lavoro che si è trasformato in un danno commerciale misurabile, visibile sugli scaffali di una città, discusso sui social da migliaia di consumatori che non avevano idea di cosa stesse succedendo. È il tipo di crisi che si sarebbe dovuto prevenire. Era già successo in altre insegne. Con danni economici e di immagine assolutamente sproporzionati che dimostrano l’assenza di gestione delle relazioni industriali.

La causa immediata dello sciopero è precisa. I lavoratori del magazzino IN’S nel polo logistico di Logicor Logistics Park a Tortona — gestito da una società terza di logistica — hanno fermato il lavoro chiedendo provvedimenti disciplinari nei confronti di un responsabile della ditta Man Hand Work, accusato di comportamenti irrispettosi e di insulti razziali nei confronti di lavoratori e sindacalisti. Al terzo giorno di sciopero il presidio è stato sgomberato, ma i lavoratori hanno continuato la protesta. La richiesta non era salariale: era una richiesta di intervento che tutelasse la dignità dei lavoratori. I sindacati — SI Cobas in prima fila, con la loro tradizione di conflittualità nella logistica del Nord Italia — hanno posto una condizione semplice: l’azienda deve prendere posizione sul comportamento del responsabile. L’azienda ha taciuto. E ogni giorno di silenzio ha trasformato un episodio gestibile in un’emergenza commerciale con la merce che rischia di essere gettata.

Il magazzino di Tortona non è una struttura anonima nella logistica italiana. Il polo di Logicor Logistics Park è uno dei principali hub della distribuzione del Nord Italia, all’incrocio tra i corridoi logistici di Piemonte e Lombardia: oltre ai magazzini IN’S, ospita Arco spedizioni, Arcaplanet e Rivalta Spedizioni. Uno sciopero in quel punto della rete non colpisce solo IN’S: blocca un nodo da cui dipendono i rifornimenti di un’ampia quota della GDO del Nord-Ovest. Che Tortona sia già stata teatro di conflitti in passato — nel 2023 un blocco del magazzino IN’S si era concluso con l’annullamento delle sospensioni di 25 lavoratori dopo che la tensione era sfociata in un responsabile che aveva tentato di forzare il picchetto investendo alcuni manifestanti — dice che questo hub ha una storia di relazioni industriali irrisolte che nessuno ha mai davvero affrontato alla radice.

Cinque giorni sono un’eternità nella logistica della distribuzione organizzata. Un discount come IN’S — che gestisce le scorte con logiche just-in-time, senza i buffer di magazzino che un supermercato tradizionale può permettersi — esaurisce i prodotti in due o tre giorni di mancate consegne. Dopo il quinto giorno gli scaffali sono vuoti non per categoria, ma per intere corsie. Il danno commerciale non è solo quello delle vendite perse nel periodo: è la migrazione dei clienti verso i competitor dell’area, alcuni dei quali difficilmente torneranno. Nel retail alimentare, il cliente che trova tre volte di fila il supermercato vuoto non aspetta che si riempia: va altrove, e spesso ci rimane. Stimare l’impatto economico preciso è impossibile senza i dati interni, ma su una rete di diverse decine di punti vendita nel Nord Italia, cinque giorni di mancati rifornimenti valgono probabilmente qualche milione di euro di mancato fatturato — senza contare il danno reputazionale amplificato dalla viralità delle immagini sui social.

Per capire questo episodio nel suo contesto corretto è necessario allargare la prospettiva al Gruppo PAM nel suo insieme. PAM Panorama — la catena di supermercati di fascia media di cui IN’S è la controllata discount, con oltre 500 punti vendita in tutta Italia tra le due insegne — ha una storia di relazioni sindacali ruvide che non è fatta solo di questo episodio che peraltro non dipende direttamente dall’azienda di Spinea. I fatti che si sono succeduti nel tempo segnalano un approccio alle relazioni industriali che sistematicamente rischia di produrre conflitti aperti invece di prevenirli. Sinceramente lo trovo incomprensibile.

Il tema dello sciopero a oltranza e del danno che produce merita una riflessione specifica, perché è uno dei nodi più delicati del diritto del lavoro e delle relazioni industriali nella GDO e nei magazzini della logistica. Lo sciopero a oltranza — per distinguerlo dagli scioperi parziali, dagli scioperi a singhiozzo, dalle forme di protesta che limitano il danno economico, insieme al blocco dei cancelli e delle merci in uscita, è uno strumento che i sindacati di base come SI Cobas usano con poca consapevolezza perché sanno che produce un danno proporzionale alla sua durata, e che quel danno è la leva principale della trattativa. Nella logistica, dove un singolo hub serve decine o centinaia di punti vendita, la leva è particolarmente potente: pochi lavoratori in sciopero producono un impatto commerciale sproporzionato rispetto alla loro dimensione numerica.

Questa asimmetria solleva una domanda legittima: esiste un limite al danno che uno sciopero può produrre prima che diventi sproporzionato rispetto alla rivendicazione stessa? È una zona grigia che il legislatore non ha mai risolto, e che nella GDO produce periodicamente crisi come questa: un hub che si ferma, scaffali che si svuotano, consumatori che non capiscono cosa sta succedendo. La domanda non è tanto se lo sciopero sia legittimo o meno ma se il sistema di regolazione del conflitto nella logistica sia adeguato alla sua struttura attuale, dove la concentrazione degli hub amplifica in modo imprevedibile le conseguenze di ogni interruzione trasformando ogni rivendicazione in un braccio di ferro dagli esiti prevedibili.

In questo caso però, siamo di fronte ad un problema di gestione. La richiesta dei lavoratori di Tortona era chiara e circoscritta: un intervento nei confronti di un responsabile accusato di insulti razziali. Solo in seguito nell’agitazione si sono inserite anche una serie di rivendicazioni su orari e stipendi e così la decisione di “andare ad oltranza” si è trasformata in un “braccio di ferro” dagli esiti imprevedibili. La mancata immediata presa di distanza dell’azienda, il silenzio di chi gestisce il magazzino — ha trasformato una risposta semplice in un’emergenza complessa. Cinque giorni di scaffali vuoti a Genova sono il prezzo di quella inerzia.

IN’S, nel suo silenzio pubblico sulla vicenda, ha  seguito una tattica comprensibile ma controproducente: non alimentare la narrativa, non fornire munizioni ai sindacati di base, aspettare che lo sciopero si esaurisca. È una logica che funziona nelle vertenze lunghe, dove il tempo erode la coesione dei lavoratori. Non funziona quando la richiesta è puntuale, il danno è visibile e i social amplificano ogni ora di scaffali vuoti in migliaia di immagini che circolano senza il contraddittorio dell’azienda. Il vuoto comunicativo ha lasciato ai consumatori genovesi solo le spiegazioni dei social — guerra in Iran, fallimento, mistero — senza mai una voce aziendale che spiegasse cosa stava succedendo e come si intendeva risolverlo. È una gestione della crisi che aggiunge danno reputazionale a danno commerciale.

La domanda che resta aperta — e che riguarda non solo IN’S ma l’intero sistema della logistica terziarizzata nella GDO italiana — è se questo tipo di crisi sia inevitabile o si possa prevenire. La risposta è che è quasi sempre possibile affrontarlo prima che la situazione scappi di mano. Le vertenze che esplodono in scioperi a oltranza nella logistica hanno quasi sempre una storia: episodi irrisolti, segnali ignorati, rivendicazioni accumulate senza risposta. Il magazzino di Tortona aveva già prodotto un conflitto grave nel 2023. Tre anni dopo è in sciopero di nuovo, per ragioni in parte diverse ma in un clima di relazioni industriali che non è mai stato davvero normalizzato. La prevenzione non è costosa: richiede ascolto, risposta tempestiva ai segnali di tensione, e la disponibilità a gestire i comportamenti scorretti dei responsabili prima che diventino la scintilla di una crisi. Cinque giorni di scaffali vuoti a Genova costano molto di più.

Lo sciopero, iniziato nella notte tra il 21 e il 22 giugno davanti al magazzino IN’S di Tortona, si è chiuso questo martedì con quella che il sindacato Si Cobas ha definito “una prima vittoria”. L’incontro in Prefettura ad Alessandria ha portato a un primo risultato concreto: il capo area della società appaltatrice Man Hand Work, indicato dai lavoratori come responsabile di aggressioni e intimidazioni, verrà allontanato con effetto immediato. È un esito che restituisce peso alla protesta, ma che riguarda solo una delle rivendicazioni sul tavolo — quella più urgente sul piano della sicurezza personale, non quella sulle condizioni di lavoro strutturali.

Le altre richieste restano infatti aperte e torneranno a discussione la prossima settimana: lo stop ai cambi turno continui, il rafforzamento della sicurezza in magazzino e l’aumento del ticket mensa.

Lo sciopero era esploso dopo un episodio preciso: un’aggressione verbale e fisica da parte del capo area nei confronti di alcuni lavoratori, vissuta dal personale come l’apice di un clima di pressione e intimidazione che si protraeva da tempo nel magazzino. È quella vicenda, più delle altre rivendicazioni pure legittime, ad aver fatto da detonatore della mobilitazione e a spiegare perché l’allontanamento del responsabile sia stato accolto dal sindacato come il risultato politicamente più significativo dell’incontro in Prefettura: non la soluzione di un contenzioso salariale o organizzativo, ma la rimozione della causa diretta della frattura tra lavoratori e gestione dell’appalto. Le altre richieste, pur restando aperte, si muovono ora su un terreno diverso — quello della trattativa ordinaria su turni, sicurezza e welfare aziendale — mentre il nodo più acuto, quello della tutela personale sul posto di lavoro, ha trovato una prima risposta.

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