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Tanto tuonò che piovve. Era abbastanza singolare che la “bandiera del NO al lavoro festivo e domenicale” da sempre issata dai rappresentanti dei lavoratori, l’avessero ripresa e rilanciata, consulenti, dirigenti aziendali, frequentatori di dibattiti sui social,  e un  rappresentante titolato di aziende del comparto GDO, come nel caso di Ernesto Dalle Rive di ANCC Coop, senza provocare l’intervento diretto dei titolari effettivi della materia: i sindacati di categoria. Mi immagino la sorpresa dei sindacalisti nel vedersi scavalcare e sfilare improvvisamente a freddo argomenti e affermazioni anche da chi, fino a poco tempo fa, sosteneva l’esatto contrario. Così però va il mondo.

Le associazioni principali (Confcommercio, Federdistribuzione e ANCD Conad) hanno reagito cercando di spiegare le conseguenze. Coop lo ha fatto evidentemente per smarcarsi in chiave pro labour pur sapendo che senza una decisione politica in grado di fermare tutti sarebbe rimasta con il cerino in mano, sotto tiro dai concorrenti, nei territori dove è più esposta. E poi sperando che il “socio”, un’evoluzIone del cliente frequentatore di supermercati,  avrebbe capito dirottando gli acquisti in altri giorni della settimana. Il discorso poi che il presunto recupero di produttività  le insegne, anziché intascarlo, lo distribuirebbero prontamente  a lavoratori e clienti, di questi tempi,  rientra nei romanzi di fantasia.

Come ha scritto Cristina Lazzati su Repubblica partendo da un’indagine di YouGov, il 21% delle famiglie indica la domenica tra i giorni preferiti per fare la spesa; tra i 35-44enni si sale al 31%. Per uno su due è una questione di tempo libero; per il 40% è già routine. Marco Pellizzoni, Commercial Director di YouGov, lo ha detto con chiarezza: solo l’8% delle famiglie non è mai andato a fare la spesa di domenica nel 2025; tornare indietro significherebbe scontentare una quota rilevante di consumatori e incidere realmente sui livelli di spesa. La domanda, allora, non è più solo etica o sindacale; è strategica: in un mercato on demand, dove il tempo è la nuova moneta, la domenica è diventata un servizio e i servizi, una volta interiorizzati, difficilmente si archiviano con un decreto. Chiudere la domenica non sarebbe un semplice cambio di orario; sarebbe una ridefinizione del patto tra insegna e cliente e, forse -al netto delle legittime istanze di chi lavora nei punti di vendita- la vera sfida non è scegliere tra aperto e chiuso, ma trovare un equilibrio sostenibile tra competitività, qualità del lavoro e valore per il consumatore”.

Oggi il tema dovrebbe essere  come far entrare i clienti nei negozi fisici tutti i giorni e non come chiudergli la porta in faccia la domenica,  ma tant’è. Credo però che sia meglio che la bandiera venga restituita ai titolari più che al puntuto dibattito sui social. Almeno  finirà con qualche chiusura di festività. Ma cosa chiedono i sindacati? Innanzitutto di calendarizzare al più presto in Parlamento le proposte di legge sulla regolamentazione degli orari e delle aperture festive degli esercizi commerciali e avviare un confronto con le organizzazioni sindacali del settore. La richiesta di  Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs è contenuta  in una lettera inviata al presidente della X Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati, Alberto Luigi Gusmeroli. Ovviamente puntano al bersaglio grosso. Non solo per la GDO visto che parlano di milioni di lavoratori coinvolti e non solo dei 400.000 del comparto.

Secondo Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs l’estensione degli orari di apertura ha determinato un ampliamento significativo dei turni e dei carichi organizzativi, arrivando in molti casi a coprire l’intero arco dell’anno – fino a 365 giorni – e, in alcuni casi, anche fasce orarie continuative con aperture h24. Per le tre sigle la possibilità di lavorare in modo continuativo anche nei giorni festivi ha infatti inciso profondamente sull’organizzazione della vita personale e familiare delle lavoratrici e dei lavoratori del commercio, senza che ciò fosse accompagnato da un reale miglioramento delle condizioni economiche o da un incremento stabile dei livelli occupazionali.

Su questo Carlo Buttarelli, Presidente di Federdistribuzione ha replicato in modo chiaro: “la chiusura domenicale l’abbiamo definita antistorica perché è una condizione che avrebbe un effetto molto negativo su tanti aspetti, a cominciare dai consumi, che già oggi sono particolarmente fragili”. Ci auguravamo di non sentire più il ritorno di questi temi, anche perché le aperture domenicali oramai sono una consuetudine che risponde a un’esigenza di cambiamento anche del modello di consumo da parte delle persone – ha detto – Oramai anche le aziende hanno strutturato, organizzato i loro sistemi”. Buttarelli ha parlato anche delle ricadute occupazionali di questa proposta. “Sull’occupazione avrebbero un effetto devastante. Su alcuni settori merceologici, in particolare il non alimentare, sarebbe mostruosamente deleteria” ha sottolineato. Infine ha ribadito un concetto semplice: “l’apertura domenicale è una facoltà. Se qualcuno vuole chiudere la domenica che chiuda il negozio, può veramente farlo – ha rimarcato – Non è obbligatorio andare a condizionare un sistema che oggi ha tutta una serie di altri problemi”. Sugli effetti sull’occupazione viene così smentita la tesi sindacale che le aperture domenicali e festive non avrebbero  consentito né un aumento dell’occupazione per far fronte ai maggiori turni né una compensazione economica per il disagio dei lavoratori”. L’organico e a cascata, servizi annessi  a monte e a valle sono dimensionati comprendendo il lavoro festivo. Toglierlo comporterebbe evidenti conseguenze.

Vincenzo Dell’Orefice, Segretario Generale della Fisascat Cisl, sull’apertura di Dalle Rive chiosa: “Ora vorremmo capire se questo cambio di opinione si possa concretizzare in fase di negoziato. Certo il rischio che più chiusure si traducano in esuberi non è da escludere. Per chi era stato assunto prima del 2012 il contratto di lavoro individuale prevedeva il lavoro dal lunedì al sabato, con riposo la domenica. Bisognerebbe ragionare in termini di una salvaguardia individuale. Per chi è venuto dopo, i turni domenicali e festivi sono diventati turni ordinari, ed è a queste persone che dobbiamo dare una risposta. Se vi fosse un limite di domeniche lavorabili in un mese, ciò libererebbe tempo per la vita di relazione di chi è costretto a lavorare tutte le domeniche dell’anno”.

Infine la stoccata dei sindacati alla politica che non ha nessuna voglia di prendere parte alla disputa. “La pressione svolta in questi anni dalle scriventi per richiedere un intervento sulla normativa che limitasse sensibilmente le aperture, chiudendo nei giorni festivi e riconsegnando a livello locale la programmazione delle aperture domenicali solo quando necessarie ed utili, – conclude il documento – ha spesso provocato l’attenzione dei media a cui è seguito un apparente interesse dell’attività dei Governi e del Parlamento, che si è però tradotta in proposte di legge assolutamente poco incisive e comunque mai arrivate in fondo all’iter per una eventuale approvazione”. Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs ritengono necessario riaprire con decisione il confronto su una nuova disciplina degli orari commerciali, che consenta di superare l’attuale modello di liberalizzazione totale delle aperture domenicali e festive.

C’è quindi materia di confronto. Innanzitutto tra le parti sul rispetto dei turni di lavoro, dei riposi e  sul riconoscimento delle indennità. E poi c’è il tema delle festività religiose e civili che è da sempre annunciato nelle disponibilità negoziali anche dalle aziende  e mai affrontata. Forse su questo è arrivato il momento di fare un passo in avanti. 

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