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A fine agosto, alla World Robot Conference di Pechino, la Cina ha messo in fila l’ennesima schiera di umanoidi destinati stavolta non solo alla fabbrica ma all’assistenza agli anziani, ai servizi, alla logistica. L’industria cinese ha dichiarato di aver già spedito 40mila robot umanoidi nel mondo nel solo primo semestre 2026. Ed è di questi giorni il dato più clamoroso: il 19 agosto Unitree Robotics, il produttore cinese di umanoidi e quadrupedi bio-ispirati, ha debuttato alla Borsa di Shanghai con un’impennata del 629% sul prezzo di collocamento, chiudendo la prima seduta a +500% e una capitalizzazione di 66 miliardi di dollari. Il titolo è poi sceso, ma al primo settembre valeva ancora 33 miliardi — quasi quattro volte la valutazione di 9 miliardi con cui l’azienda era partita.

Chi ha letto sul blog, tempo fa, il confronto tra i minimarket completamente autonomi di Galbot a Hong Kong, Digit di Amazon confinato nelle aree recintate dei magazzini GXO e Alfred — il braccio robotico che compone insalate all’EsselungaLab del MIND di Milano, ancora “non abbastanza maturo” per lavorare senza supervisione da tablet — riconoscerà lo schema. Ma i nuovi dati non si limitano a confermarlo: lo complicano in un punto che vale la pena riaprire.

Il primo elemento nuovo riguarda proprio la natura del vantaggio cinese. Nel pezzo precedente la domanda era se la distanza tra Hong Kong e Milano fosse tecnologica o regolatoria. L’IPO di Unitree introduce una terza possibilità: parte di quella distanza, almeno nella sua rappresentazione pubblica, è finanziaria. Un titolo che guadagna il 629% in un giorno e poi perde metà della capitalizzazione nel giro di due settimane non racconta un’adozione stabile di tecnologia matura — racconta euforia di mercato, dello stesso tipo che ha già gonfiato e sgonfiato altri cicli tech. Bisogna quindi separare due cose che i titoli di giornale tendono a fondere: Galbot che apre 200 minimarket veri in tredici mesi è un dato operativo verificabile, punto vendita per punto vendita. Unitree che vale 33 miliardi dopo essere valsa 66 è, in buona parte, una scommessa collettiva su quanto varrà l’intero settore fra qualche anno, non la prova che il settore abbia già risolto oggi il problema che a Milano e a Seattle resta aperto.

A dirlo, quasi in questi termini, è Giorgio Metta, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia, in un’intervista al Corriere Economia di questi giorni: al di là delle dimostrazioni spettacolari cinesi, il salto decisivo — dice testualmente — è trasformare i prototipi avanzati in robot “affidabili, sicuri, autonomi e sostenibili nei costi, capaci di adattarsi a un mondo reale estremamente variabile”. È lo stesso identico lessico, quasi parola per parola, con cui Alexandre Rochat descrive Alfred a EuroShop e con cui Amazon descrive Digit: non un problema di spettacolarità della demo, ma di affidabilità operativa in condizioni reali non controllate. Il fatto che lo stesso vocabolario cauto compaia identico a Milano, a Seattle e ora nella bocca del principale scienziato italiano di robotica è un indizio che la cautela non è un tratto culturale isolato di qualche insegna, ma una diagnosi tecnica condivisa a livello internazionale — indipendentemente da quanto la Borsa di Shanghai sia disposta a scommettere il contrario.

Il secondo elemento nuovo è più specifico e riguarda direttamente l’Italia. Attorno all’IIT di Genova, dopo vent’anni di ricerca sulla robotica umanoide, sta nascendo un primo ecosistema industriale: Generative Bionics, startup finanziata con 70 milioni di euro e un organico iniziale di una settantina di ingegneri, con accordi già firmati con Fincantieri e Italdesign. È un dato che, a prima vista, sembra smentire una parte della lettura del pezzo precedente — quella secondo cui in Italia nessuno, né industria né sindacato, avrebbe interesse a scrivere le regole che permetterebbero a un cobot come Alfred di lavorare senza sorveglianza dichiarata. Capitale e ingegneri, evidentemente, un interesse a costruire umanoidi italiani ce l’hanno.

Ma guardando a chi sono i primi clienti di Generative Bionics, la lettura regge — anzi si rafforza. Fincantieri e Italdesign sono manifattura e cantieristica: ambienti di lavoro industriali, perimetro chiuso, forza lavoro qualificata, un impianto normativo su sicurezza sul lavoro già maturo e collaudato da decenni di automazione di fabbrica. Non c’è, in questi primi contratti, alcuna esposizione al pubblico indifferenziato che entra in un supermercato. Il capitale italiano per la robotica umanoide, in altre parole, si sta muovendo esattamente dove il rischio di responsabilità civile è già regolato — e sta evitando, almeno per ora, il terreno esattamente opposto: il punto vendita al dettaglio, dove un cliente qualunque, senza formazione né dispositivi di protezione, potrebbe trovarsi a un metro da un braccio robotico che lavora senza supervisione. Generative Bionics non è la prova che manchi solo la tecnologia perché l’Italia dell’automazione avanzata esiste; è semmai la prova che quando in Italia c’è capitale disposto a scommettere su un umanoide, lo indirizza deliberatamente lontano dal terreno GDO — proprio quello in cui vive Alfred.

I numeri di mercato aggiungono un ultimo tassello di contesto. Secondo Precedence Research, il mercato globale dei robot umanoidi valeva 1,84 miliardi di dollari nel 2025 e dovrebbe passare da 2,16 miliardi nel 2026 a circa 8,78 miliardi entro il 2035, con una crescita media annua del 16,91%. Sono numeri importanti ma ancora piccoli in assoluto — più vicini, per ordine di grandezza, a un mercato di nicchia in forte espansione che a una rivoluzione già avvenuta. Ed è significativo che, secondo gli analisti stessi citati da Metta, la crescita sia trainata tanto dalla carenza di manodopera quanto dai progressi dell’intelligenza artificiale: lo stesso vincolo demografico — le proiezioni Istat sui sette milioni di lavoratori italiani in meno entro il 2050, già richiamate nel pezzo precedente a proposito di Alfred — compare qui come motore di domanda su scala globale, non solo come argomento specifico della GDO italiana.

Resta allora aperta una domanda più precisa di quella con cui si era chiuso il pezzo su Alfred. Non più soltanto se la differenza tra Hong Kong e Milano sia tecnologica o regolatoria — la risposta, alla luce di Metta e di Generative Bionics, sembra sempre più la seconda. Ma se la strada che l’Italia sta effettivamente imboccando — costruire competenza ed esperienza su umanoidi in ambienti industriali a bassa esposizione pubblica, prima ancora di provare a scrivere le regole per il punto vendita — sia un modo indiretto per arrivarci comunque, un giorno, con più fiducia accumulata altrove; oppure se resterà una strada parallela che non si incrocerà mai con quella del banco insalate di Alfred, perché nel frattempo nessuno — insegna, sindacato, regolatore — avrà comunque avuto una ragione sufficiente per essere il primo a togliere il tablet di supervisione in un negozio aperto al pubblico.

Lo stesso Metta, del resto, non parla di un’Europa condannata a rincorrere: parla di un’opportunità da giocare subito, fatta di qualità della ricerca, manifattura avanzata e una capacità industriale “che esiste ma rimane frammentata”. È un’analisi che vale anche fuori dalla robotica pura, e che il retail italiano dovrebbe leggere con attenzione: la ritirata di Aldi Süd dal grab-and-go di AiFi nel 2026, già raccontata in queste pagine insieme ai pilot tedeschi di Edeka e Rewe-Netto, mostra che anche in Europa la cautela non è uniforme né irreversibile — è una scelta rivedibile caso per caso, non un destino. Se un domani la manifattura italiana di umanoidi maturasse abbastanza da abbassare i costi e alzare l’affidabilità in ambienti controllati come quelli di Fincantieri, il vero punto di svolta per il retail non sarebbe un balzo tecnologico improvviso in stile Unitree, ma il momento — molto meno spettacolare, e per questo più difficile da individuare in anticipo — in cui quella stessa esperienza industriale diventasse abbastanza a buon mercato e abbastanza testata da rendere conveniente, per la prima volta, portarla oltre il cancello della fabbrica e dentro la porta scorrevole di un supermercato.

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