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Il 27 gennaio 2025, i lavoratori del Whole Foods di Center City Philadelphia hanno votato 130 a 100 per affiliarsi alla UFCW Local 1776. Prima certificazione sindacale mai registrata in un punto vendita della catena da quando Amazon l’ha acquisita nel 2017. A quattro mesi dal voto, la contrattazione aziendale non è ancora iniziata. La ragione non è politica. È procedurale. Ed è esattamente quello che prevede il sistema USA.

Il National Labor Relations Act — promulgato nel 1935, modificato dal Taft-Hartley Act nel 1947 — garantisce ai lavoratori del settore privato il diritto di organizzarsi e di contrattare collettivamente. Ma il percorso, dalla vittoria elettorale alla certificazione formale, è tutt’altro che automatico. Il datore di lavoro può depositare obiezioni formali al risultato entro sette giorni dal voto, avviando un procedimento di revisione davanti all’NLRB. Durante questo periodo, la certificazione è sospesa — e con essa l’obbligo di negoziare in buona fede.  Non è richiesta una soglia probatoria elevata per aprire il procedimento: è sufficiente allegare condotte che avrebbero potuto influenzare la libertà di voto dei dipendenti.

Whole Foods ha depositato le proprie obiezioni a febbraio, sostenendo interferenze illecite da parte del sindacato. A maggio, il hearing officer dell’NLRB le ha respinte integralmente come prive di fondamento. Whole Foods ha avuto  tempo fino al 15 maggio per impugnare la decisione davanti al Board in sede di revisione. Risultato concreto: tre mesi di stallo procedurale. Perfettamente legale. Ampiamente previsto.

Il 22 aprile, UFCW Local 1776 ha depositato una denuncia per pratiche lavorative sleali su due distinti profili giuridici.

Profilo 1: discriminazione antisindacale

La legge vieta al datore di lavoro di discriminare i lavoratori nell’assunzione, nel mantenimento del posto o nelle condizioni di lavoro in ragione dell’attività sindacale. È la norma cardine a tutela dell’organizzazione collettiva.

Per dimostrare una violazione, il sindacato deve però riuscire a costruire una catena causale documentata tra l’attività protetta e il provvedimento disciplinare. Tempistica, dichiarazioni del management, trattamento comparativo con altri dipendenti — ogni elemento conta.

Profilo 2 — Pretextual discipline: il profilo più insidioso

La pretextual discipline è l’applicazione selettiva e strumentale di policy aziendali formalmente legittime come copertura per ritorsioni antisindacali. In questo caso, il sindacato sostiene che Whole Foods abbia applicato in modo più rigido le policy aziendali  specificamente nei confronti dei lavoratori più attivi nella campagna sindacale.

È il profilo più complesso sul piano probatorio. Il datore di lavoro può opporre documentazione di violazioni analoghe commesse da altri dipendenti non sindacalizzati e sanzionate allo stesso modo, scardinando il nesso di causalità. Sotto questo aspetto è molto difficile distinguere una disciplina legittima da una pretestuosa quando il datore di lavoro ha cura di documentare precedenti coerenti.

La difesa di Whole Foods — “applichiamo le nostre policy in modo coerente ed equo” — è esattamente la risposta attesa. E non è necessariamente falsa.

Tre livelli di analisi

1. Il piano procedurale: il sistema come strumento

Il NLRA del 1935 fu concepito per bilanciare il potere contrattuale tra datori di lavoro e lavoratori. Ma il Taft-Hartley Act del 1947 ha reintrodotto significativi spazi di manovra per i datori di lavoro, e la prassi applicativa successiva ha consolidato un sistema in cui la distanza tra il diritto formale di organizzarsi e la sua pratica concreta può essere molto ampia.

Il meccanismo di contestazione post-elettorale ne è l’esempio più evidente: non richiede prove solide, sospende automaticamente la certificazione e, se seguito da una denuncia può paralizzare il processo per mesi o anni. Non è un abuso del sistema. È il sistema. La proposta di riforma più discussa in questo senso è il PRO Act (Protecting the Right to Organize Act), approvato dalla Camera nel 2021 ma mai votato al Senato, che avrebbe tra l’altro limitato la capacità dei datori di lavoro di ritardare la certificazione attraverso obiezioni strumentali. Ad oggi, rimane lettera morta.

2. Il piano probatorio: l’asimmetria dell’onere

Il contenzioso labor negli USA sconta una asimmetria strutturale: il datore di lavoro controlla le informazioni rilevanti — registri disciplinari, comunicazioni interne, dati comparativi — e può selezionare quali produrre e come contestualizzarle. Il sindacato deve ricostruire la catena causale dall’esterno, spesso affidandosi alle testimonianze dei lavoratori coinvolti, che sono al tempo stesso parti interessate e soggetti esposti a ulteriori ritorsioni.

La pretextual discipline amplifica questa asimmetria: quanto più il datore di lavoro ha documentato in modo coerente l’applicazione delle proprie policy nel tempo, tanto più è difficile dimostrare che in questo caso specifico la motivazione reale era antisindacale. L’NLRB dispone di poteri investigativi propri, ma le risorse sono limitate e i tempi medi di risoluzione spesso si misurano in anni. Secondo dati del Government Accountability Office, il tempo medio di chiusura di un caso complesso supera i 24 mesi.

3. Il piano strategico: la posta in gioco per Amazon

Amazon ha acquisito Whole Foods nel 2017 per 13,7 miliardi di dollari. Da allora ha sistematicamente ridotto i benefit, ottimizzato i costi operativi e introdotto tecnologie di monitoraggio delle performance tipiche della logistica Amazon nella gestione del personale retail. La resistenza alla sindacalizzazione è coerente con la strategia complessiva del gruppo: Amazon ha una storia documentata di contrasto all’organizzazione sindacale in tutti i suoi segmenti operativi, dai magazzini della logistica — dove nel 2022 i lavoratori dello Staten Island JFK8 hanno costituito l’Amazon Labor Union — ai centri di distribuzione in Europa. Una certificazione confermata a Philadelphia avrebbe implicazioni che vanno oltre il singolo negozio. Costituirebbe un precedente operativo per gli oltre 500 punti vendita Whole Foods negli Stati Uniti, segnalando ai lavoratori degli altri store che l’organizzazione è possibile anche dentro Amazon. È esattamente quello che Ben Lovett, uno dei lavoratori coinvolti, ha dichiarato pubblicamente: “Abbiamo dimostrato che è possibile. Mi aspetto che altri seguano il nostro esempio.” Per Amazon, il costo di un accordo collettivo a Philadelphia è marginale. Il costo di un precedente replicabile in 500 negozi non lo è.

Whole Foods Philadelphia quindi non è un caso eccezionale. È un caso rappresentativo: mostra con precisione come funziona il sistema di relazioni industriali americano quando una grande azienda decide di utilizzare tutti gli strumenti legali a sua disposizione per rallentare un processo che non può bloccare direttamente.

Per chi pratica diritto del lavoro, HR o relazioni industriali, la domanda rilevante non è se Whole Foods vincerà o perderà questa specifica denuncia. È quanto questo caso rivela sulla distanza strutturale tra il diritto di organizzarsi e la sua pratica  concreta — e su cosa succederebbe, negli USA  se quella distanza venisse ridotta.

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