Fastweb. Come si perde un cliente…

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Ci sono tanti modi per valutare un’azienda. C’è chi guarda i bilanci, chi la pubblicità, chi come reagisce quando un cliente pone una richiesta. Come un’azienda affronta il problema, come lo gestisce e come cerca di risolverlo. Vale per tutti ma soprattutto dovrebbe valere con clienti che hanno un livello di fidelizzazione importante .

Sotto questo punto di vista Fastweb non c’è proprio. Sono cliente da oltre dieci anni e ricevo ogni giorno offerte dalla concorrenza. Avendo una mail Fastweb tengo duro. Non mi va di cambiarla. Succede però un fatto inusuale che mi costringe a pormi un problema.  Decido di traslocare da Corbetta a Milano. Circa trenta chilometri. Chiedo a Fastweb  il trasloco della linea. Non mi sembrava una richiesta complicata.

Il primo tecnico dell’azienda con cui ho parlato ha  cercato in tutti i modi di convincermi a non fare il trasloco della linea ma a chiudere il contratto e farne uno nuovo. “L’azienda non ama i traslochi di linea, preferisce i contratti nuovi”. Ho subito pensato che il sistema premiale aziendale sia costruito sui nuovi clienti e non a mantenere quelli che già ci sono.

Dopo una discussione infinita capisce che il  numero di telefono e la mia mail per me sono importanti e si rassegna. “Però sappia non sarà una cosa breve” sembra dirmi “io te l’ho detto, adesso fatti tuoi”…. Dopo un mese mi ricontattano per convincermi ad annullare la prima richiesta di trasloco. “È da rifare” sentenzia un secondo responsabile. Argomenta tecnicismi sulla presenza della fibra (la casa è nuova e la fibra c’è). Leggi tutto “Fastweb. Come si perde un cliente…”

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I primi cinquant’anni dell’inquadramento unico: alcuni dubbi e qualche risposta…….. di Simone Caroli

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Pubblico volentieri un contributo di Simone Caroli uno dei “giovani” più interessanti nel mondo HR che ha approfondito i temi dell’innovazione contrattuale e delle relazioni industriali   

L’inquadramento unico tra operai ed impiegati compirà nel 2022 i suoi primi cinquanta anni. Dopo mezzo secolo, è tempo di vedere se sta reggendo bene i segni del tempo. Con la sua introduzione nel CCNL Metalmeccanici, l’inquadramento unico ha avuto il merito di superare la discriminazione retributiva sofferta dagli operai che, nell’impostazione previgente, avevano minimi sindacali sistematicamente inferiori a quelli degli impiegati.

Da questo punto di vista, l’inquadramento unico è ancora in salute: nel mercato del lavoro attuale, innegabilmente, esistono profili operai di contenuto professionale e di valore aggiunto senz’altro maggiore rispetto ad alcuni profili impiegatizi. Quello che, forse, nel 1972 non era chiaro quanto oggi non riguarda però le retribuzioni: è la distanza che si è venuta a creare tra la modalità di lavoro degli impiegati, remotizzabile, rispetto al lavoro degli operai.

Il ricorso al lavoro agile nel primo lockdown 2020, per quanto imperfetto, ne è una prova molto efficace. Da un lato le professioni e le mansioni che non richiedono più lo svolgimento in presenza, dall’altro quelle che, necessariamente, hanno bisogno di uno schema tradizionale per essere rese: tempi, luoghi, e modi predefiniti di lavoro.

In questo ultimo insieme non rientrano solo mestieri operativi di fabbrica, cioè l’archetipo del lavoro del novecento. Il facchinaggio, così come la ristorazione, la cura della persona, o la raccolta di rifiuti (solo per citarne alcuni) vi rientrano a pieno titolo. Leggi tutto “I primi cinquant’anni dell’inquadramento unico: alcuni dubbi e qualche risposta…….. di Simone Caroli”

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Esselunga. Ipotesi di futuro dopo l’addio del CEO

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A differenza di molti altri più fortunati ho avuto la possibilità di incontrare Bernardo Caprotti solo in due occasioni. A Bruxelles quando il patron di Esselunga era riuscito a convincere l’intera compagine delle aziende di Federdistribuzione a battersi contro la Coop anche a livello europeo e, se ricordo bene, a Pioltello, accompagnando  il CEO di REWE italia di  allora, Francesco Rivolta, ad un incontro riservato in cui Caprotti ha lasciato intendere una generica disponibilità a discutere della cessione della sua azienda alla multinazionale tedesca.

A Bruxelles Caprotti comprese subito che la partita era in mano alle multinazionali e che la sua autorevolezza forte in Italia e in Federdistribuzione, in quella sede non sarebbe stata  sufficiente. A Pioltello dove, dopo aver sottolineato la grande stima personale nei confronti di Francesco Rivolta e l’apprezzamento per l’offerta tedesca, fece capire che quel tempo non era ancora arrivato. E che lui non avrebbe mai venduto. Però ci teneva ad essere corteggiato. Soprattutto dall’estero. Nulla di più.

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La guerra tra invisibili nei piazzali della logistica.

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Chiunque si interessi, per lavoro,  di magazzini logistici, cooperative serie o spurie e sindacati dei trasporti sa che la notte e l’alba nei piazzali avvengono spesso contrapposizioni  durissime tra autisti, magazzinieri e lavoratori con le varie forme del sindacalismo di base.

A Tavazzano si è replicato il copione di fronte ai magazzini della Zampieri. Non è una novità. Spesso questi fatti restano confinati ai comunicati dei COBAS e si concludono con una scazzottata tra autisti inviperiti, gomme bucate, scontri “spintanei” tra etnie contrapposte. La scelta del blocco dei piazzali è strategica per i COBAS perché a quelle ore, di solito la polizia è lontana o ci mette tempo per arrivare lasciando il tempo ai più esagitati di bloccare i cancelli.

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La Grande distribuzione italiana deve puntare ad essere protagonista nella filiera nazionale

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Se fossimo ancora nel novecento e se l’avversario della grande distribuzione fossero i piccoli esercizi commerciali tradizionali  ci si potrebbe accontentare dell’obiettivo di una  semplificazione della rappresentanza nella Grande Distribuzione. La “guerra” è finita e un’associazionismo disperso in più sigle in competizione tra di loro non è certo una buona cosa.

Nel tramonto del secolo che abbiamo alle spalle  i margini di protagonismo consentivano un pluralismo che di fronte alle nuove sfide si sta  trasformando in un lusso inutile e difficile da manutenere. La firma di uno specifico contratto nazionale era, di fatto, l’obiettivo di ciascuna federazione. E così, intorno al “contratto madre” quello firmato da Confcommercio, ne sono nati nel tempo  altri tre in dumping tra di loro, soprattutto sui costi, ma con un’occhio alle esigenze di competizione associativa. Tutto questo ha poi generato, più o meno inconsapevolmente,  un’infinità di pseudo contratti creati ad hoc a livello locale che, a lungo andare, intaccheranno il sistema.

Impegnati a raggiungere i propri obiettivi nessuna organizzazione  si è però attrezzata per navigare in un mondo che stava cambiando. E, il nuovo mondo è rappresentato dalla fine della crescita di un certo modello di consumi e dei formati tradizionali, dalla fragilità di interlocuzione con la politica che si interfaccia con interessi e problematiche molto più complessi dentro e fuori dai nostri confini, dagli investimenti necessari alle imprese per cambiare, dalle dinamiche di filiera e dalla competizione con i giganti della rete.

La pandemia ha solo mostrato, accelerandoli, i processi in corso e le probabili traiettorie future del comparto ma ne ha anche reso evidente la fragilità nell’affrontarli. Tutto questo richiederebbe una visione comune che sappia andare ben oltre la convergenza su documenti unitari che nascondono le contraddizioni sotto il tappeto. Leggi tutto “La Grande distribuzione italiana deve puntare ad essere protagonista nella filiera nazionale”

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L’associazionismo datoriale nella GDO alla prova dell’unità.

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Quello tra ANCD (La struttura politico-sindacale delle Cooperative aderenti al Consorzio Nazionale Conad) e Confcommercio è un “avvicinamento” che stava nelle cose. L’idea, nel comparto della GDO, di cominciare a semplificare la rappresentanza prospettandone  una maggiore sintonia e collaborazione è certamente interessante. Conad, dopo l’operazione Auchan, è entrata in un’altra fase della propria crescita dove deve necessariamente giocare la sua partita in un campionato di prima divisione. I ruoli evolvono e Conad e le sue cooperative credo ne siano ben  consapevoli.

Anche Confcommercio, la più grande organizzazione datoriale del Paese, è in una fase particolare. Seppure per altri motivi. Il suo Presidente è, nei fatti, a fine  corsa nonostante le resistenze sue e del suo inner circle, è attualmente in grande difficoltà nei territori, ripiegata su sé stessa, a causa della pandemia e in evidente difficoltà a proporsi come unico rappresentante del variegato mondo del terziario italiano.  Quindi costantemente alla ricerca di una identità più in sintonia con i tempi. Avere nel proprio perimetro associativo aziende del livello di Conad, di Amazon, di Autogrill o di altre realtà significative nei loro settori è certamente un fatto positivo in termini di peso della rappresentanza datoriale. Così come provare a ritornare centrale nei settori del turismo,  della ristorazione di qualità, della distribuzione moderna e della logistica.

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Dove sono finiti i lavoratori dei servizi?

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Federico Fubini solleva oggi il problema della difficoltà a trovare lavoratori nella fase della ripartenza (https://bit.ly/3cbWbUn) La polemica tra chi sostiene che i lavoratori dei servizi non si trovano per colpa del reddito di cittadinanza o dei sostegni del lockdown e chi, al contrario, invoca stipendi più adeguati come rimedio del fenomeno è destinata a durare a lungo.

I negazionisti continueranno a sostenere che il problema non esiste mentre gli imprenditori coinvolti, al netto dei soliti furbetti, continueranno a lamentarsi. È indubbiamente vero che i lavoratori sul piano numerico e professionale ci sono.

Se non si trovano occorrerebbe analizzarne le ragioni più che percorrere facili scorciatoie. A differenza del comparto industriale, il commercio e il turismo hanno continuato ad investire nella formazione professionale di base. In un Paese che è fanalino di coda nella formazione universitaria spesso si sottovaluta che la stragrande maggioranza dei giovani si avvia al lavoro dopo la “conquista” di un diploma o appena conclusa la scuola media.

Confcommercio vanta, un poderoso sistema formativo che coinvolge decine di migliaia di giovani che, dopo la scuola dell’obbligo, si avviano al lavoro nei settori del commercio, del turismo e dei pubblici esercizi. Pochi lo sanno ma stiamo parlando della dimensione di  un’offerta seconda solo alla scuola pubblica. Non solo Lombardia, Emilia Romagna, e Umbria esistono eccellenze formative diffuse in tutto il Paese che mettono a disposizione di piccoli e grandi imprese giovani e meno giovani formandoli alle richieste del mercato del lavoro. Le micro imprese pescano lì.  Leggi tutto “Dove sono finiti i lavoratori dei servizi?”

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Grande Distribuzione e rinnovo del Contratto Nazionale di Lavoro

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La scelta di Federmeccanica e del rispettivo sindacato di categoria di scommettere insieme sul futuro di quel comparto industriale ha rappresentato un segnale importante. Non si affronta un cambiamento radicale come quello che attende le aziende senza un quadro di riferimento condiviso. Certo le imprese del settore avrebbero potuto preferire un rinnovo contrattuale di basso livello cercando di mantenere le mani libere ciascuno nella propria realtà.

Hanno fatto un’altra scelta perché la dimensione e la profondità del cambiamento che le sta attraversando  è fuori dalla portata delle singole imprese e dei singoli lavoratori. Certamente dovranno gestire contraddizioni, fughe in avanti o resistenze ma lo scenario nel quale hanno collocato il loro contratto nazionale scommette sulla collaborazione.

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I Centri commerciali e la fiducia dei consumatori dopo il lockdown..

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Nel film “Non ci resta che piangere” del 1984 è emblematica la figura del monaco che esclama ad ogni passo il famoso “Ricordati che devi morire!” costringendo il bravo Massimo Troisi, vista l’insistenza,  al “mo me lo segno” liberatorio. Oggi, finito il ping pong  dei virologi e dei loro epigoni stiamo rischiando di entrare nella fase del “Nun gliela famo”.

Dietro allo slogan “nulla sarà più come prima” si presentano con insistenza scenari da paura e si evocano “bombe sociali” spesso immaginarie pronte ad esplodere da un momento all’altro. Lo stesso Dario Di Vico ha sottolineato la differenza di reazione tra media, famiglie e imprese rispetto al presente ma anche al futuro che ci attende.

I primi pronti ad indicare  scenari foschi e ambigui, i secondi pronti a dimenticare la fase delle scorte di farina, lieviti e pasta, i distanziamenti e le restrizioni imposti dalla pandemia per rimboccarci le maniche e andare oltre. Sta succedendo in tutti i Paesi.

Dopo gli assembramenti post lockdown, i desideri di uscire, riprendere una vita normale, c’è voglia di acquisti. A maggio 2021 l’ISTAT stima un marcato aumento sia dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 102,3 a 110,6) sia dell’indice composito del clima di fiducia delle imprese (da 97,9 a 106,7) (link ai dati completi in pdf). Nel primo week end post chiusure dei centri commerciali questo si registra. Leggi tutto “I Centri commerciali e la fiducia dei consumatori dopo il lockdown..”

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La Yolo economy spiegata da mia figlia….

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Quando penso al lavoro, a quello che ha rappresentato per me, alla differenza tra ciò che sognavo da ragazzo mentre studiavo e mi ponevo grandi obiettivi e i mille aspetti della realtà quotidiana che in seguito  ho vissuto concretamente e mi hanno imposto traiettorie imprevedibili ricordo che ho sempre cercato una coerenza complessiva nelle mie scelte mai finalizzate al breve termine o all’aspetto economico. Quello semmai è venuto in seguito proprio per la decisione di procedere per step successivi coerenti.

Michele Tiraboschi ha recentemente rilanciato su Twitter una pagina a me molto cara di Alessandro Pizzorno sul senso del lavoro. Oltre l’importanza della retribuzione. La motivazione che spinge a riconoscersi in una “maglia” ad interagire con gli altri, ad assumersi responsabilità, a gratificarsi per i risultati ottenuti, a gestire la stima di capi e colleghi o a subirne decisioni incoerenti, invidie o mediocrità. A decidere anche quando è il momento di cambiare lavoro perché qualcosa ci dice che l’equilibrio (il senso) che cercavamo ci spinge altrove.

Aubrey Drake Graham, noto semplicemente come Drake è un rapper canadese che dieci anni fa con il suo pezzo “Motto” ha reso celebre la frase “si vive una volta sola” (you only live once) che forma l’acronimo YOLO da cui è nata la cosiddetta filosofia (Yolo Economy) alla base della scelta di molti giovani americani di abbandonare lavori comodi e stabili per dare una svolta alla loro vita.

Dalla generazione dei millenials in avanti nelle numerose indagini emerge la ricerca di lavori che danno maggiori soddisfazioni e che consentono di aggiungere valore e di portare un contributo specifico nel proprio lavoro. C’è una maggiore esigenza di senso e di richieste di contesti diversi da ciò che cercavano le generazioni precedenti indotte non solo dalla precarietà di una parte dell’offerta di lavoro ma anche dalle opportunità offerte dalla tecnologia e dalla influenza che la pandemia e il lockdown conseguente ha impattato sulle persone e sulle modalità di  lavoro. 

Questa necessità di adattamento al contesto spinge molti giovani a rischiare, rivedere le proprie priorità e desiderare di fare altro non solo sui mestieri indotti dal web ma anche tantissimo mestieri anche tradizionali che non hanno nulla a che fare con le tecnologie digitali. Da una riscoperta dei lavori dei propri genitori fino a rivendicare spazi e protagonismi anche nei lavori tradizionali in azienda.

“Costretti” allo smart working, isolati nelle loro abitazioni o preoccupati per il proprio futuro per molti la fase di  lockdown è stato motivo di spinta e riflessione. Parlarne come un fenomeno sociale lontano che riguarda altri, leggerlo negli interventi dei giornalisti specializzati o nei webinar che lo affrontano è molto diverso che viverlo in prima persona. Soprattutto per chi, come il sottoscritto, appartiene ad un’altra generazione che ha le sue radici nel secolo scorso, nella certezza del welfare pubblico e nell’importanza del posto di lavoro a tempo indeterminato.

Da qui la sorpresa e la voglia di capire quando mia figlia mi ha comunicato la sua decisione di lasciare un posto fisso a tempo indeterminato per affrontare un lavoro a tempo determinato della durata di un anno in un contesto particolarmente interessante per lei.

Trentaquattro anni, da sei a Bruxelles, laureata in economia aziendale a Piacenza, due anni di studi in Germania prima a Mannheim poi a Siegen si è sempre gestita e mantenuta lavorando durante gli studi. Innamorata della Germania da sempre, ha lavorato in Italia, in Austria e in Germania.

Personalmente non l’ho mai ritenuta un “cervello in fuga” ma semplicemente una giovane con l’esigenza di fare esperienze lavorative in paesi diversi dal proprio, vivere il mondo, conoscere nuove lingue e culture differenti. Ha sempre avuto una mentalità aperta. Dalla scuola primaria fino all’università ha sempre privilegiato e vissuto contesti multiculturali aperti al confronto.

La decisione di oggi di lasciare un “posto fisso” credo nasca fondamentalmente da questa aspirazione. Quel “si vive una volta sola” non è una scelta superficiale ma è un’esigenza di cambiamento per misurarsi con un maggiore complessità sociale ma anche per realizzare una esperienza professionale in linea con le proprie aspettative.

Il posto fisso, in questo contesto, perde parte di quello che ha rappresentato per la mia generazione. Da garanzia si trasforma in un recinto che assicura una retribuzione costante ma rischia di reprimere aspettative e desideri.

Ricordo che molti anni fa, un’amica, oggi top manager in una importante multinazionale francese, lasciò una importante banca italiana per affrontare un difficile percorso all’estero ripartendo da zero. Una sfida innanzitutto con sé stessa.

Nei suoi racconti non solo i successi e le conquiste ottenute ma anche le difficoltà incontrate, la solitudine, l’isolamento che porta molti giovani a cedere e a ritornare sui propri passi. Lei ce l’ha fatta. Purtroppo leggiamo e discutiamo più volentieri i successi di chi c’è riuscito. Non le difficoltà, i ritorni indietro, le sconfitte che, purtroppo, coinvolgono la maggioranza dei giovani che ci provano.

Certo il “si vive una volta sola” della Yolo economy è una medaglia a due facce fatta di rischi e opportunità.

Come genitore non nascondo che mi piacerebbe avere mia figlia più vicino, magari in un posto “sicuro” che ne garantisca la crescita professionale nel tempo. Per me, in fondo, è sempre stato così.  Però non me la sono sentita di usare la mia esperienza professionale e di vita  per suggerire a mia figlia traiettorie più tradizionali. Ho ascoltato e accettato le sue esigenze. È la sua vita, il suo futuro non il mio. Io posso solo, come genitore, comprenderne le ragioni  e sostenerla, per quanto è possibile, nella sua scelta.  

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