L’evoluzione del lavoro manageriale. Piattaforme e smart working alla prova della contrattazione

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Sono sempre interessanti le proposte che Manageritalia, il sindacato dei dirigenti del terziario, offre alla platea dei manager e dei professional. Nei loro confronti ho sempre avuto uno stimolante doppio ruolo come iscritto ma anche come controparte quando fui incaricato da Confcommercio a condurre i negoziati per il rinnovo del CCNL del terziario. Così come quando ho avuto l’opportunità di lavorare insieme a loro come direttore generale del CFMT.

Manageritalia è un sindacato da sempre portato alla proposta e all’innovazione più che alla protesta. E le proposte tendono sempre a considerare le esigenze dei manager senza mai dimenticare quelle delle imprese. Rientrano in quella cultura che mette al centro la collaborazione e la condivisione degli obiettivi e delle strategie delle aziende alla missione del management e quindi è, per sua natura, innovativa. Disponibile al cambiamento. Una cultura nella quale mi sono sempre riconosciuto.

Lo è stata quando la formazione è diventata per la prima volta e contrattualmente un diritto soggettivo ma anche un dovere per il manager (fin dal 1994) così come quando  la gestione degli inevitabili esuberi prodotti dalle riorganizzazioni che si sono succedute negli anni è stata gestita con strumenti sperimentali di categoria (Managerattivo)  dedicati e utilizzati da una platea ampia e sempre coinvolta consapevolmente. Va sottolineato che, altrettanta importanza, ha avuto Confcommercio nell’assecondare e nel sostenere negli anni questa strategia innovativa.

Dal 20 settembre  Manageritalia e Confcommercio hanno quindi deciso di fare un altro importante passo in avanti sottoscrivendo  il primo accordo aziendale in Italia, collegato al CCNL (firmato a suo tempo e in attesa di rinnovo) che disciplina l’attività lavorativa dirigenziale svolta all’interno e per il tramite di una piattaforma web (https://bit.ly/35idw9T).

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Conad/Auchan. I conti tornano

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I numeri parlano da soli (https://bit.ly/3jeAhjT). Basterebbe leggerli per verificare l’impegno possibile assunto da Conad in coerenza con quanto dichiarato fin dall’inizio e ribaditi  nell’incontro al Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), con le Sottosegretarie Alessandra Todde (MISE) e Francesca Puglisi (Lavoro)  e le Organizzazioni Sindacali per la prevista verifica, a 14 mesi dall’avvio dell’operazione, dell’andamento del piano di salvataggio dell’ex Gruppo Auchan proposto e condotto da Conad.

A dire il vero i “malpancisti” le hanno provate tutte. Non era ancora concluso il passaggio che già invocavano il tradimento del claim “Persone oltre le cose”. Poi si sono nascosti dietro i numeri totali dell’ex Auchan appena ceduta per paventare il rischio di migliaia di disoccupati. Mentre l’operazione era in corso hanno, per incompetenza, mischiato le richieste di CIG, ovviamente complessive, con i potenziali esuberi per avere una loro visibilità nella vicenda. Infine Raffaele Mincione preso strumentalmente dalle cronache vaticane solo per cercare di mettere i bastoni tra le ruote ad un’operazione importante per il nostro Paese e per Conad impegnata in un processo di crescita decisivo per il suo futuro. Per questi “benaltristi”  la strada da prendere era un’altra. Come sempre. Ovviamente dispensandosi dall’indicarla sia sul piano della fattibilità che dei costi. Com’era prevedibile solo la fine del 2020 confermerà o meno che l’operazione di salvataggio e di integrazione in Conad ha raggiunto i suoi obiettivi. Ad oggi però i numeri confermano che non siamo lontani.

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Ristoranti e grande distribuzione. Il rischio di non reggere decisioni affrettate

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Per chi come me ha passato tutta la sua vita professionale in aziende industriali  della filiera agroalimentare e almeno 20 anni nella grande distribuzione e nella rappresentanza di categoria del commercio “prendere parte”, condividere,  solidarizzare, non significa, almeno nelle intenzioni, temere di trovarsi in un conflitto di interesse. Non avendo interessi personali da difendere, non ho conflitti. Semmai opinioni. Condivisibili o meno.

Per questo trovo assolutamente corretto il comunicato congiunto di Cncc, Confcommercio Lombardia, Confimprese, Federdistribuzione e  Fipe, che critica fortemente il provvedimento che prevede la chiusura nei fine settimana degli spazi della media e grande distribuzione non alimentare, tra cui i centri commerciali, e che impone la chiusura anticipata alle 23 dei pubblici esercizi (https://bit.ly/37qcw6c). Personalmente credo abbiano ragione.

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Grande Distribuzione, Terziario di mercato e competizione nella rappresentanza datoriale

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Delle quattro confederazioni/federazioni titolari di un contratto nazionale applicato dalle insegne della  Grande Distribuzione le discussioni  si sono sempre concentrate  sulla scelta di Federdistribuzione di realizzare il proprio uscendo da quello storicamente firmato da Confcommercio.  Comprensibile sul piano dell’immagine interna (essere firmatari di CCNL è un plus apprezzato dagli associati), inutile sul piano strategico perché come ho sempre sostenuto, l’obiettivo di un settore non dovrebbe mai essere l’indebolimento della sua rappresentanza per gli effetti negativi che provoca nel tempo sul piano del peso economico e sociale complessivo.

L’ombrello confederale inoltre  porta con sé livelli di interlocuzione istituzionali e politici spesso sottovalutati ma decisivi nelle fasi controvento. Così non è stato. Ed è facile comprendere come sarebbe importante in una fase come quella che stiamo attraversando. Moltiplicare gli interlocutori ha generato una fragilità di fondo, un pericoloso senso di autosufficienza e, purtroppo, forme di concorrenza  sleale tra imprese.

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Grande Distribuzione. Capro espiatorio o partner fondamentale nella filiera agroalimentare?

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Pluvia defit, causa christiani sunt (manca la pioggia, la colpa è dei cristiani) diceva Sant’Agostino. La trasmissione “Presa Diretta” dedicata alla filiera agroalimentare aveva la necessità di basare la propria trama narrativa sull’individuazione di un facile capro espiatorio.

Gli ingredienti della storia c’erano tutti. I buoni (il mondo agricolo), i cattivi (la Grande distribuzione), il pentito (Giuseppe Caprotti). Il politico che quasi  “giustifica” l’illegalità nei campi (Paolo de Castro) come reazione allo strapotere della GDO e l’insegna ingenua che pur accettando il confronto per provare a dimostrare la propria presunta diversità si è lasciata bacchettare in pubblico  come uno scolaretto preso a copiare il compito dal compagno di banco (Coop). E infine chi, estraneo a questa contrapposizione, paga il conto: i lavoratori del comparto agricolo e i consumatori.

Trovo corretto, da spettatore, il tweet di Anita Lissona “Trattare in sequenza il tema delle aste al ribasso nei supermercati, peraltro già bandite dalla DMO seria, la stragrande maggioranza, e il fenomeno odioso del caporalato sa di tesi preconcetta e  sminuisce il valore obiettivo di un servizio giornalistico.”

Questi i fatti, lo spettacolo confezionato e cucinato. Niente di nuovo sotto il sole. Tesi unilaterali, scorrette, manipolatorie che vengono però da lontano. Partono da un pregiudizio nei confronti di un comparto che, da parte sua, non ha mai voluto agire come tale. Ciascuno pensa al proprio albero. Non alla foresta che rischia di essere incendiata. Leggi tutto “Grande Distribuzione. Capro espiatorio o partner fondamentale nella filiera agroalimentare?”

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Il rinnovo dei contratti nazionali. Un’occasione da non perdere

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L’ipotesi è allettante per chi punta ad un rinnovo rapido quanto foriera di ulteriori conseguenze. Dirottare parte delle risorse in arrivo per detassare i contratti nazionali aperti. Lo accenna in modo problematico Dario Di Vico (https://bit.ly/3lvMRwC) ma l’argomento è presente nelle intenzioni di molti negoziatori di lungo corso.

L’idea in fondo è semplice e spesso praticata in passato in varie forme: alzare la tensione in un momento di per sé già difficile per il Paese per costringere il convitato di pietra (lo Stato) ad intervenire. Con buona pace degli outsider, e della agognata riforma fiscale. E con il rischio di trasformare le risorse disponibili per la ripartenza in una sorta di indennizzo generalizzato riservato a chi, nel lavoro autonomo e dipendente, può far valere la propria voce.

I contratti nazionali, per le parti sociali,  dovrebbero avere ben altro destino rispetto  alla ricerca di un rinnovo “obtorto collo”. Dovrebbero essere parte della soluzione. Non certo del problema. Anche perché lo strascico negativo che rischierebbero di lasciare dietro di sé, a fronte di un rinnovo raffazzonato, è destinato a coprire un arco temporale nel quale l’innovazione o l’involuzione del sistema di relazioni industriali completerà il suo percorso.

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Contratto metalmeccanici. Un perimetro da ridefinire… insieme

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Non so se oggi qualcuno tra i dirigenti sindacali dei metalmeccanici sta riflettendo sulle richieste economiche contenute nella loro piattaforma e se si sarebbe in cuor suo aspettato una risposta diversa da parte di Federmeccanica.

Nel chimico che hanno un’idea robusta e concreta del sistema di relazioni industriali si sono fermati a meno della metà. Nell’alimentare si rischia una pericolosa sfarinatura del CCNL per meno di 20 euro lorde. Nel Governo ci sono idee contrastanti sulla disponibilità ad introdurre sgravi fiscali sugli aumenti contrattuali. E, ultimo ma non ultimo, Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, è stato chiarissimo sulla necessità di riportare il confronto all’interno dei paletti del patto di fabbrica concordato con le segreterie confederali. 

La piattaforma a suo tempo presentata, pur unitaria, risente di due elementi oggettivi e convergenti. La freddezza applicativa con cui le imprese del comparto hanno accolto le intuizioni innovative presenti nel testo finale del contratto scaduto e la convinzione di una parte del sindacato che occorresse ritornare sulla strada maestra delle richieste salariali. Come la piattaforma precedente era permeata della cultura innovativa e sfidante dei metalmeccanici della FIM CISL quest’ultima ha risentito maggiormente della cultura della FIOM CGIL.

Che non sarebbe stata comunque una passeggiata l’avevo già scritto ben prima della esplosione della pandemia (https://bit.ly/2I7aXj6).  Il lockdown, per quanto possa richiamare alla necessità di una visione unitaria delle scelte e degli strumenti necessari per affrontare una sfida epocale rischia al contrario di rendere evidente e quindi di accelerare la crisi dell’intero sistema delle relazioni industriali del nostro Paese che è profonda e viene da lontano. Leggi tutto “Contratto metalmeccanici. Un perimetro da ridefinire… insieme”

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Grande distribuzione. Lavoro, contrattazione, ristrutturazioni e nuove sfide

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Se parliamo di condizioni di lavoro e retribuzione globale, nella grande distribuzione sono ormai sostanzialmente solo due le aziende nelle quali convive, con il contratto nazionale, una significativa contrattazione aziendale. La prima grazie ai suoi risultati, la seconda nonostante i suoi risultati.

Non è un caso che la prima è la più performante del comparto (Esselunga)  e la seconda, la  più “sociale” (Coop). Esselunga, guidata da Bernardo Caprotti, ha sempre tirato dritto negli anni della sua espansione scegliendo un rapporto estremamente ruvido e formale con i sindacati interni ed esterni. La seconda, ha  puntato, al contrario, per storia e tradizione, su un rapporto privilegiato con il sindacato di categoria. Soprattutto con un sindacato in particolare.

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La classe dirigente tra realtà vissuta e sua rappresentazione

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Il rischio che la classe dirigente interpreti sulle proprie sensazioni e valutazioni la realtà circostante e quindi imposti le proprie convinzioni e le proprie strategie sociali, economiche e comunicative su questo è una costante che dovrebbe far riflettere.

Per questo fa bene Dario di Vico a rilanciarlo con un editoriale da leggere  sul Corriere  (https://bit.ly/3j8sTHC). Manca, è inutile nasconderlo,  la volontà, la disponibilità o la capacità di stabilire una connessione con il resto della società. Di comprenderne i disagi, le ansie e le preoccupazioni per la loro vita concreta e per il loro futuro.

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Il rinnovo del contratto nazionale del terziario tra limiti oggettivi e opportunità

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È vero come sostiene la presidente della commissione lavoro di Confcommercio, che la sua organizzazione sottoscrive il più grande, il più applicato e (aggiungo io) il più copiato contratto nazionale su piazza. In Italia si contano oltre 800 contratti. Nel solo settore del commercio arrivano a  più di 200 e la stragrande maggioranza rientra nei cosiddetti “contratti pirata”.

Si tratta di contratti sottoscritti da sindacati minori e associazioni imprenditoriali di vario tipo che, oltre a prevedere tutele, diritti e/o salario inferiori per il lavoratore rispetto ai CCNL maggiori, generano una concorrenza sleale all’interno dello stesso settore. Solo nel comparto dei servizi alle imprese, il salario medio dei contratti firmati da organizzazioni minori può arrivare ad  essere inferiore del 20% rispetto a quelli stipulati dalle parti sociali maggiormente rappresentative.

Nel solo commercio la forbice arriva a 8 punti percentuali, ma è proprio in questo settore che si registra la maggiore presenza di contratti pirata che ormai raggiungono quasi il 10% del totale.

La presenza quindi di un contratto confederale leader come quello gestito da Confcommercio con Filcams Cgil, uiltucs UIL e Fisascat Cisl, riconosciuto e applicato dalla maggioranza relativa delle imprese del terziario, rappresenta un elemento importante di equilibrio del sistema. Per questo non ho dubbi che questo modello vada difeso e confermato. Leggi tutto “Il rinnovo del contratto nazionale del terziario tra limiti oggettivi e opportunità”

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