Shopper. Da semplice “lavoretto” sotto pagato al contratto nazionale. Un passaggio fondamentale..

In principio non era nemmeno ritenuto   un “lavoretto”. Prima in famiglia, affidato ai più giovani che andavano volentieri nei negozi per poter trattenere per sé il resto del conto della spesa. Poi  affidato esclusivamente a volontari che, soprattutto in agosto in città con tutti i negozi di vicinato chiusi, facevano gli acquisti indispensabili per anziani o persone impossibilitate a muoversi. Un’attività gratuita. Al massimo gratificata da una piccola mancia. L’innovazione nella logistica, l’evoluzione dei servizi, un confine sempre più sottile tra negozi fisici e opportunità offerte dalla tecnologia  l’hanno trasformata in un business molto interessante. Mancava un tassello per completare il puzzle. Il suo riconoscimento come “lavoro”. Questa storia nasce a Verona  nel 2014.  Da una piattaforma web in grado di consentire  a chiunque di ordinare la spesa al proprio supermercato preferito e riceverla a casa in pochissimo tempo che si chiamava “Supermercato24“. Era guidata da Federico Sargenti, ex manager Amazon che aveva lanciato il business del largo consumo in Italia e Spagna. Da luglio 2021, Supermercato24 ha poi cambiato nome in Everli.

Everli oggi punta al rilancio attraverso l’internazionalizzazione e la collaborazione con i gruppi della grande distribuzione organizzata. L’azienda è stata acquisita da poco da Salvatore Palella (fondatore di Helbiz).  Il primo step è stato nominare Jonathan Hannestad  CEO del marketplace. “Sono certo, afferma Hannestad – che, grazie a specifici investimenti per migliorare la tecnologia e il branding ed ad un solido piano strategico di rafforzamento del nostro network di partnership, riusciremo a rendere Everli un punto di riferimento per la spesa online sempre più riconosciuto, con un focus sul mercato italiano ma con obiettivi di crescita anche in ambito internazionale”. “Vogliamo trasformare Everli non solo in un leader indiscusso del mercato italiano, ma anche in un punto di riferimento per l’innovazione e la qualità nel servizio di consegna della spesa a domicilio”, ha commentato Salvatore Palella. “La sfida passa per la profittabilità della piattaforma nel breve termine e prevede investimenti in tecnologia, nell’interfaccia utente e nelle partnership strategiche per ottimizzare ogni aspetto dell’esperienza di acquisto”.

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Patrizio Podini e gli auguri della sua MD …

Dopo Bologna la discussione su discount è marca privata è salita di tono. Realisti e anticipatori di tendenze si confrontano animatamente. Un dato però emerge indiscutibile. In un comparto  dove si fatica a guardare al di là del proprio perimetro un imprenditore, bolzanino di nascita, sfata tutti i pregiudizi e sceglie il sud come punto di partenza della sua azienda. E partendo da lì, risale la penisola. Nessuno prima di lui ci era riuscito. Anzi. La maggior parte sono “scappati” dal sud lasciando le loro insegne a capaci imprenditori locali o non ci hanno mai  nemmeno provato ad affrontare quel mercato. L’esperienza maturata nella GDO aiuta Podini a costruire un modello originale di discount.

Al momento giusto, ne sa prendere lui stesso  le distanze definendo la sua azienda “uno dei più importanti player della grande distribuzione italiana, ormai lontana dai canoni del discount ma sempre più marchio della buona spesa”. Ecco. La “buona spesa”, una sua ossessione. Protagonista degli spot televisivi da lui stesso interpretati nel filone aperto nel 1993 da Giovanni Rana che alla richiesta del regista di trovare un attore che gli somigliasse  replicò: “Ma quale attore, ci vado io a fare lo spot!”. La stessa reazione di  Fabrizio Podini. Un’ossessione, quella della buona spesa, tradotta poi in un brand per una linea di prodotti a marchio del distributore. 150 prodotti per la spesa quotidiana, sugli scaffali degli oltre 800 punti di vendita MD a partire da Pasqua 2024 con l’obiettivo di offrire la migliore qualità al giusto prezzo”.

A dimostrazione di come più che il formato e le discussioni che si trascina dietro conta la capacità di comprendere al “meglio possibile il momento storico e il cambiamento della domanda in evoluzione con il contesto economico” come ha dichiarato  Giuseppe Cantone, direttore commerciale di MD.

Fabrizio Podini oggi  compie 85 anni ed è ancora in campo a competere, non solo con Eurospin ma con due Amministratori Delegati veramente in gamba, uno davanti e uno (per ora) ancora dietro, come Massimiliano Silvestri di LIDL e Michael Gscheidlinger di ALDI che insieme superano di poco la sua età e che interpretano con le loro aziende le traiettorie future del formato nel mondo. Lui resta uno dei migliori interpreti del presente. Non ha sbagliato  praticamente nessuna mossa. Mentre Eurospin punta sull’intelligenza di chi deve fare la spesa, Lidl alle nuove generazioni, Aldi ai nuovi modelli di consumo e Penny al risparmio, MD  mette in campo un modello nazional popolare ingaggiando fin dal 2017, Antonella Clerici subentrata a Massimo Ranieri. Un altro tassello del suo successo. Leggi tutto “Patrizio Podini e gli auguri della sua MD …”

Perché Marca 2024 è stato un successo per la Grande Distribuzione

La domanda è legittima e in molti se la stanno ponendo. A cosa è dovuto il notevole successo di Marca 2024 in quel di Bologna? Per capirlo occorre fare qualche passo indietro. Per chi non vive quotidianamente il settore, la Grande Distribuzione è semplicemente l’insegna maggiormente frequentata come cliente e cosa si mette nel carrello della spesa. Nelle sue dinamiche interne è, al contrario, un mondo dove tutti si conoscono, si passa professionalmente da un’insegna all’altra, ci si vede ai convegni dove si parla di tutto ma poi si torna a lavorare come sempre. Alcuni piccoli imprenditori sono passati dalla penna dietro l’orecchio al Suv ma restano quelli che sono sempre stati. Altri si industriano, si associano, si alleano e crescono. Si fatica però a superare una certa soglia di fatturato. Pochi hanno una dimensione multi regionale. Le leadership sono essenzialmente locali. Il grande pubblico oltre a conoscere le insegne quando fa la spesa filtra il comparto attraverso gli spot di Conad, Lidl, MD e pochi  altri. O le inchieste delle associazioni  dei consumatori. Il settore, la comunicazione  e la  business community vivono dinamiche e liturgie proprie. Hanno un loro linguaggio. Si parlano addosso.

In quello che sembra un  “piccolo” cortile  dove non succede mai nulla di rilevante accadono tre fatti che lo scuotono dalle fondamenta. Innanzitutto la pandemia. Nella confusione generale che si determina i punti vendita della GDO diventano un servizio sociale. Un punto di riferimento della comunità. Si fanno trovare tutti pronti, perdono la caratteristica di insegna e acquisiscono uno status differente. Le cassiere vengono addirittura paragonate al personale medico  per l’abnegazione messa in campo e nonostante i rischi per la loro salute. La spesa per milioni di persone diventa l’unico momento di svago. Ci si mette in fila anche dove non ci si era mai avventurati. Si scoprono i discount e le insegne diverse da quelle abituali. 

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Mercadona. Il coinvolgimento dei lavoratori su obiettivi di redditività soddisfa azienda, clienti e lavoratori…

Quando le insegne italiane organizzano tour all’estero di solito vanno per osservare i punti vendita, la merce sui lineari, le politiche commerciali seguite. Pochi chiedono il livello retributivo e di soddisfazione del cosiddetto “cliente interno”. E spesso, alla base degli ottimi risultati raggiunti, c’è anche il trattamento complessivo degli addetti. “L’essenziale è invisibile agli occhi” e l’essenziale è spesso chi, con il proprio lavoro, contribuisce al successo dell’insegna e rappresenta l’azienda agli occhi del cliente.

Da noi la scelta è sempre stata contraddittoria. Se osserviamo il comparto nel suo insieme vince il “paternalismo” nella gestione del personale. Nelle insegne piccole e medie prevale un modello che vede nell’imprenditore e, a volte, nell’impegno diretto di alcuni suoi famigliari, il perno della gestione dei collaboratori. D’altra parte lavorare con un imprenditore che ha intuito commerciale e visione del business, ma spesso non ha alcuna formazione specifica nella gestione delle persone, modella un sistema relazionale difficile da cambiare. Intorno a chi decide si creano gerarchie il cui scopo è di garantire il risultato  mettendo, a volte, i problemi di gestione sotto il tappeto. Nella strutture di vendita, soddisfare le esigenze e le volontà di chi sta sopra prevale sempre sulla necessità di ascoltare chi sta sotto. Spesso le contraddìzioni nascono proprio da questo. 

In Italia poche realtà credono nella contrattazione aziendale intesa come strumento di condivisione degli obiettivi aziendali, soddisfazione dei propri collaboratori e quindi di miglioramento complessivo del clima aziendale.  Qualcuna, poco più delle dita di una mano, rappresenta il meglio del comparto. La stragrande maggioranza delle insegne gestisce unilateralmente il lavoro più o meno  in linea con quello che prevedono i diversi CCNL.  Infine c’è chi, soprattutto al sud, ha fatto ricorso a contratti locali che derogano alcuni istituti dei contratti nazionali più rappresentativi. Lo scopo evidente è, attraverso questi contratti laschi, spostare parte del rischio di impresa sul lavoro (part time involontario, tempo determinato, sotto inquadramento, ore pagate vs. ore la orate, ecc. ). Non è così dappertutto ma è evidente che questo crea una situazione di concorrenza sleale tra insegne.

E così, mentre da noi, associazioni datoriali e sindacati si “accapigliano” sul rinnovo del CCNL scaduto  e sull’aumento previsto dall’IPCA (indice dei prezzi al consumo) nel mese di dicembre, la più importante catena di supermercati spagnola, Mercadona, ha concordato con i sindacati un aumento dei salari del 6%, fino al 2028 in parte automatico e in parte legato alla soddisfazione  di  determinati obiettivi di redditività dell’insegna. La misura entrerà in vigore il 1° gennaio 2024 e durerà cinque anni, fino al 2028. Leggi tutto “Mercadona. Il coinvolgimento dei lavoratori su obiettivi di redditività soddisfa azienda, clienti e lavoratori…”

Grande distribuzione. Cosa succederà nel 2024?

Lo sguardo e la visione verso il futuro dell’imprenditore o del manager non possono mai indulgere al pessimismo. Come ci ricorda Umberto Galimberti, un filosofo bravo a leggere e interpretare il nostro tempo: “Il futuro non si attende, si fa”. Ed è questo lo spirito  con cui si deve affrontare l’anno che sta arrivando. Alle spalle un  periodo purtroppo caratterizzato da una situazione geopolitica complessa, da un’inflazione che cala ma resta tignosa soprattutto sulla spesa, e da un comportamento del consumatore molto più attento e sensibile alla convenienza e pronto ad inseguirla ovunque. Elementi che si confermeranno anche nel 2024.

Termina l’anno del Coniglio e si entra in quello del Drago. L’unica creatura mitologica dello Zodiaco cinese associata alla forza, alla salute, all’armonia e alla fortuna. In Cina i draghi vengono posti al di sopra delle porte o sui tetti per tenere lontani gli spiriti maligni. Un anno impegnativo ma ricco di opportunità per chi, nella GDO, guarda al futuro. Non per la maggioranza del comparto che non farà parlare di sé più di tanto. Investirà ciò che serve a mantenere una sufficiente rendita di posizione, gestirà i collaboratori “à la carte”, rimodulerà l’offerta inseguendo discount e concorrenza. Sarà l’anno del rinnovo del CCNL e della conferma delle difficoltà  sempre crescente di trovare le risorse umane disponibili a lavorare nel comparto. Soprattutto al centro nord.

Per chi cerca di fare un salto di qualità  la strada è però senza alternative. Servono idee e risorse economiche per crescere. Ma anche visione, voglia di credere e investire nelle proprie risorse umane e tanto coraggio.

Cosa mi aspetto dalla GDO nel 2024?

Molto dipenderà dall’evoluzione del contesto geopolitico. Se i venti di guerra soffieranno lontani credo che, sul piano internazionale, farà passi avanti il percorso di avvicinamento tra Aldi Nord e Aldi  Sud. Fondamentale per ridare slancio competitivo al grande gruppo tedesco nel mondo. Amazon verrà probabilmente a capo della sua presenza nel retail fisico, condizione indispensabile per svilupparsi ulteriormente e, in Francia, dove Carrefour ha ripreso quota e leadership, mi aspetto qualche alleanza in chiave di crescita competitiva. Nel 2024 Remi Baitiéh sarà impegnato nel rilancio di Morrison UK. E Mercadona? Spero guardi con coraggio fuori dalla sua comfort zone. Per ora, come altre realtà in Europa,  ha aumentato gli stipendi ai suoi collaboratori. Chi ne decanta le iniziative commerciali, non dovrebbe sottovalutare la loro capacità di gestione delle risorse umane. Una delle  chiavi fondamentali  del successo.

Nel nostro Paese sarà l’anno dello sdoganamento definitivo del discount. C’è ancora spazio anche per probabili acquisizioni. E la Marca del Distributore  che cresce nella GDO tradizionale contribuirà a convincere definitivamente i consumatori che qualità e convenienza possono trovarsi ovunque. Non solo nell’industria di marca. Conad dovrà dimostrare se la sua leadership è il risultato di una semplice sommatoria di punti vendita  o riuscirà ad esprimere una nuova identità. Cinque grandi cooperative e un ottimo gruppo dirigente saranno in grado di ritrovare un percorso oltre una formale unità di facciata? Lo vedremo presto. Intanto un applauso a DAO Conad per essersi fatta carico di una sperimentazione che può dare il via ad un grande cambiamento nel medio lungo termine.
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Buon Natale e Buon 2024 a tutti i lettori del BLOG!

A volte, solo a volte, 

ritirarsi non è arrendersi.

Cambiare non è ipocrisia, disfare non è distruggere.

Essere soli non è allontanarsi  

e il silenzio non è non avere niente da dire.

Restare fermi non è pigrizia, né vigliaccheria,  è sopravvivere.

Immergersi non è annegare, retrocedere non è fuggire.

A volte, solo a volte, occorre allontanarsi per vedere,

abbandonarsi, lasciare che scorra, che il vento cambi,

chiudere gli occhi e tacere. 

A volte bisogna ascoltarsi.

(Maria Guadalupe Munguia Torres)

Contratto nazionale commercio, DMO e cooperazione. Ennesimo pasticcio a pochi giorni dallo sciopero…

Si può dire, senza che nessuno si offenda, che c’è un evidente deficit  di capacità e di credibilità  politica che impediscono  la chiusura della trattativa  del più importante CCNL del nostro Paese?  Come si fa a non rendersene conto? Vista la fine dell’ultima trovata della “letterina di Natale” inviata al sindacato da Confcommercio (a cui si è accodata Confesercenti o viceversa) per riprendere il negoziato, senza però togliere le pregiudiziali che erano state poste proprio dalla stessa Confcommercio. Temo mi tocchi dare ragione alla Filcams CGIL quando afferma che è in atto “un  tentativo di svilire e derubricare la trattativa a una “parentesi comica”.  Un disastro reputazionale per  Confcommercio e per chi l’ha seguita su questa strada. Eppure era evidente che saremmo arrivati qui.

Nel 2011 così come nel 2015 ho partecipato in prima persona ai due ultimi rinnovi del CCNL. Il negoziato per Confcommercio era tenuto dall’allora Direttore Generale di Confcommercio, Francesco Rivolta delegato del Presidente Carlo Sangalli. Dopo, è bene sottolinearlo, non sono stati sottoscritti altri CCNL di questo livello. E già questo la dice lunga. C’erano, allora come oggi, molte resistenze nella delegazione datoriale,  come sempre avviene quando si arriva al momento di chiudere. Fu il Presidente di Confcommercio in prima persona a considerare maturi i tempi, pur sapendo di rischiare anche conseguenze traumatiche per la sua organizzazione. Che puntualmente ci sono state. Una di quelle firme contribuì alla rottura con Federdistribuzione. Oggi il Presidente è  in evidente difficoltà ad individuare possibili vie d’uscita da una situazione  che è stata creata innanzitutto dalla sua organizzazione.

Alcuni tra i resistenti politici più inconcludenti di allora, oggi sono addirittura titolari del negoziato  e seduti al tavolo. Non serve fare nomi. Difficile quindi, aspettarsi possibili risultati, oggi. È ormai una situazione kafkiana. Siamo di fronte ad un avvitamento che scuote alle fondamenta l’intero sistema delle relazioni sindacali del comparto. Il terziario di mercato sta rischiando di rivivere ciò che sta attraversando la logistica e le dinamiche sindacali che ne hanno inceppato il contesto. E questo grazie alla mancanza di una strategia politica e sindacale dell’intero associazionismo  di categoria che osserva il futuro con  lo specchietto retrovisore  e di un sindacato di categoria che vive esso stesso un paradosso. È rilevante e autorevole, per il peso associativo complessivo che  ha, nelle dinamiche interne delle rispettive confederazioni,  e contemporaneamente debole  per l’estrema frantumazione del comparto e nella maggior parte delle aziende. Quindi è costretto unitariamente a tenere alta la posta,   pur fuori tempo massimo, perché al punto in cui siamo, qualche sindacato rischia le critiche interne dei propri vertici confederali e contemporaneamente, tutte insieme, di perdere credibilità con le proprie basi più militanti.

Intanto cresce il malcontento. Il Governo non ha messo praticamente nulla sul tavolo a sostegno dei rinnovi contrattuali e l’opinione pubblica è molto più sensibile alla parte debole del mondo del lavoro. Le tensioni che attraversano la logistica e i suoi  addetti, le cooperative spurie, i rider, il lavoro povero nella sua accezione più ampia, la flessibilità e il part time involontario, il lavoro festivo,  la convinzione che la precarietà e i bassi salari siano elementi strutturali del comparto nel suo insieme.  E le pur importanti iniziative, portate avanti da diverse  insegne nazionali al loro interno, più sensibili alla gestione e allo sviluppo delle risorse umane, passano così  in secondo piano. C’è una tensione sotto traccia che cresce.

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Leroy Merlin. Raggiunto un accordo che chiude una situazione dalle conseguenze imprevedibili

L’accordo sottoscritto pochi giorni fa da Esselunga con i tre sindacati confederali di categoria ha fatto da apripista. E così è stato raggiunto un accordo, seppure di contenuto differente ma altrettanto risolutivo, tra il sindacato di base SI Cobas e Leroy  Merlin. La situazione era ormai diventata ingestibile. Due mesi di scioperi, azioni di sabotaggio e decine di azioni di disturbo in numerosi punti vendita avevano ormai posto fuori controllo la situazione. L’azienda ha riconfermato il recesso dal contratto di fornitura e la conseguente chiusura del deposito di Castel San Giovanni, che impiega  circa 350 lavoratori alle dipendenze della società Iron Log. Ha però spostato al 31 maggio la chiusura definitiva in modo da consentire una gestione più morbida dei passaggi. L’accordo prevede 80 ricollocazioni volontarie nella nuova sede di Mantova, buone uscite più elevate di quelle proposte in un primo tempo  e come scritto sopra lo spostamento di qualche  mese  della chiusura rispetto alla data prevista inizialmente.  A chiusura della dura vertenza Leroy Merlin e Iron Log hanno accettato di ritirare ogni querela sporta in questi mesi contro le azioni di protesta e hanno concordato un’erogazione di 2000 euro anche per i tempi determinati con contratto in scadenza. L’assemblea indetta subito dopo la firma ha registrato un’adesione pressoché totale dI approvazione da parte  dei lavoratori.

Le ragioni dell’azienda francese sono state abbondantemente spiegate in tutti gli incontri che si sono avuti a partire dal 26 ottobre  prima che la situazione,  sfuggisse di mano. L’azienda si è limitata a riproporre non solo i problemi di gestione del centro, come aveva già dichiarato nei precedenti incontro: “Il National Distribution Center di Castel San Giovanni, non può trovare spazio perché da tempo presenta performance operative e di servizio gravemente al di sotto degli standard minimi di mercato. Tali inefficienze del magazzino hanno pesato per un valore di oltre 24 milioni di euro negli ultimi 3 anni, per ragioni non imputabili a Leroy Merlin». «L’insieme di queste inefficienze, unito a periodi di inattività, continua ad avere, inoltre, gravi ripercussioni sulle vendite dell’azienda, sui servizi resi ai clienti e sul business dei propri fornitori, alcuni dei quali dipendono da Leroy Merlin per il 60% del loro fatturato.

Nonostante questo l’azienda aveva fin da subito dichiarato la disponibilità a supportare Iron Log nella ricollocazione di una parte dei lavoratori presso un altro provider logistico all’interno del deposito sito a Mantova, nonché a collaborare affinché Iron Log potesse porre in essere un complessivo piano di incentivazione finalizzato ad agevolare la ricollocazione dei lavoratori anche attraverso servizi di outplacement”. L’azienda ha ribadito  la nuova strategia distributiva che determina la necessità  di presidiare diversamente il territorio nazionale. Per la realtà  multi specialista, tale potenziamento prevede negli aspetti logistici l’apertura entro il 2024 di almeno 4 nuovi Market Delivery Center (MDC) e Punti di Redistribuzione regionali, al fine di rendere la distribuzione e la consegna più efficiente e capillare che consenta di  essere più vicina al consumatore finale. Il piano complessivo di rafforzamento della struttura logistica si stima possa generare nei nuovi centri 700 posti di lavoro indiretti». Pur con un saldo finale abbondantemente positivo è evidente che a Castel San Giovanni, dimezzando il lavoro distribuito altrove, si dovrà fare a meno  di  circa 250/300 addetti. Nessuno di questi  dipendenti di Leroy Merlin.

Il SI Cobas è un sindacato autonomo fondato nel marzo del 2010 attivo nel comparto della logistica. Settore segnato da una fortissima presenza di manodopera immigrata. La tipologia del lavoro e la forte solidarietà all’interno delle comunità etniche di appartenenza  favoriscono il tipo di pratica sindacale conflittuale portata avanti da SI-Cobas tra gli addetti, basata su tattiche di scontro radicali e con un forte impatto, come quella del blocco dei piazzali e delle merci. Inoltre i sindacati di base possono contare su di una rete di simpatie e di militanza costituita da centri sociali, organizzazioni studentesche e altri gruppi, che partecipano attivamente ai blocchi e amplificano le azioni di protesta. Leggi tutto “Leroy Merlin. Raggiunto un accordo che chiude una situazione dalle conseguenze imprevedibili”

Esselunga. Un buon accordo sindacale che chiude una fase.

A Biandrate il contraccolpo  è stato forte. Esselunga ha rischiato molto. La partita era aperta da lungo tempo e coinvolgeva la Procura di Milano, il Prefetto di Novara, le autorità di pubblica sicurezza, i sindacati confederali e l’intero sistema di appalti dell’azienda di Pioltello. Tutto poi è precipitato  venerdì 20 ottobre quando i sindacati Slai e Ul Cobas hanno proclamato uno sciopero all’hub logistico di Biandrate. Brivio e Viganò, una realtà seria del comparto lo gestisce solo dal primo agosto.  È subentrata a 5 distinte cooperative nella gestione dell’hub logistico di Esselunga compresi i reparti frutta-verdura e drogheria facendosi carico di tutto il pregresso. Comprese le tensioni causate da situazioni mal gestite in precedenza che hanno contribuito a deteriorare il contesto e alimentato il conflitto.

La protesta durata ben 20 ore, con i camion impossibilitati ad entrare e uscire provocando ingenti danni alla distribuzione del supermercato. E’ risultato quindi necessario l’intervento della polizia per la riapertura, anche se ci sono stati ingenti danni che hanno impedito l’arrivo dei prodotti freschi in molti punti vendita  del supermercato e, nel momento più teso della protesta, è dovuta arrivare anche l’amministratore delegato di Esselunga Marina Caprotti.

Lo scontro avvenuto rappresenta solo la punta dell’iceberg di una situazione molto complicata legata ai contratti e alle condizioni lavorative degli addetti alla logistica in generale. Un discorso che non riguarda soltanto il polo novarese, ma diversi hub sparsi sul territorio nazionale. Esselunga ha deciso di fare un passo in avanti accettando di siglare un’intesa con i tre sindacati confederali Filcams CGIL, Fisascat CISL e Uiltucs UIL sull’internalizzazione di alcune attività e sulla regolamentazione  dei servizi in appalto.

L’accordo prevede l’internalizzazione dei servizi di produzione alimentare ed e-commerce e la garanzia che i servizi di logistica, pulizia/multiservizi e vigilanza concessi in appalto, rispettino i diritti dei lavoratori e dei principi di legalità, responsabilità sociale e trasparenza.

Il protocollo in concreto prevede:

– la garanzia di assunzione di tutti i lavoratori impiegati negli appalti delle attività che saranno internalizzate, compresi i lavoratori a termine e in somministrazione, e, per le attività che rimarranno in appalto, la garanzia di applicazione della contrattazione collettiva nazionale e territoriale il cui ambito di applicazione sia strettamente connesso alle attività oggetto dell’appalto, che veda come parti firmatarie le federazioni sindacali facenti capo a Cgil, Cisl, Uil; 

– l’applicazione della clausola sociale per la salvaguardia occupazionale e reddituale in caso di cambio di appalto, anche qualora non sia prevista dal CCNL applicato;

– Esselunga si impegna inoltre a selezionare gli appaltatori in relazione a garanzie di affidabilità, capacità, organizzazione dei lavoratori e dei mezzi strumentali necessari per l’esecuzione dei servizi, know how e competenza adeguati agli standard qualitativi richiesti. Leggi tutto “Esselunga. Un buon accordo sindacale che chiude una fase.”

Contratto Nazionale commercio e DMO. Lavoratori e aziende vogliono chiuderlo. Da tempo.

A due settimane dallo sciopero del 22 dicembre indetto dai tre sindacati di categoria nulla si muove di concreto. Le dichiarazioni di disponibilità delle associazioni datoriali di queste ore lasciano il tempo che trovano. Ha cominciato Patrizia De Luise, Presidente di Confesercenti, ha proseguito Donatella Prampolini, Vice Presidente di Confcommercio e, infine, è arrivato il comunicato di Federdistribuzione (https://bit.ly/4a8lGCd). Tutti, purtroppo,  fuori tempo massimo.

Quello che non si è fatto in quattro anni, diventerebbe improvvisamente fattibile in due settimane e solo dopo la dichiarazione di sciopero. Ovviamente nessuno ci crede. Da parte delle associazioni datoriali c’è la volontà, legittima, di “sgonfiare” il più possibile la partecipazione allo sciopero ed evitare di essere messi in un angolo dall’opinione pubblica con l’accusa di “insensibilità sociale”. Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo pochi giorni dopo la firma del contratto dei bancari al di là della consistenza dell’aumento concordato con i sindacati, improponibile nel commercio,  ha affermato:  “bisogna dimostrare alle proprie persone che ci si prende cura di loro”. Parole  che, tra l’altro,  molte aziende della GDO e del commercio in generale condividono assolutamente.

In realtà, le associazioni e gli stessi sindacati hanno perso l’occasione di chiudere la partita quando, qualche mese fa erano maturate le condizioni per una conclusione equilibrata del contratto nazionale. L’IPCA non era ancora emersa nell’entità che poi si è evidenziata, il clima sociale nel Paese segnalava ancora una sottovalutazione generalizzata su contratti e sui rinnovi fermi da tempo, la discussione sul salario minimo non era ancora salita di tono e Landini non aveva deciso, insieme a Bombardieri, alcun braccio di ferro  con il Governo. Federdistribuzione, probabilmente dopo aver preteso a lungo una “distintività” del suo CCNL, che resta tuttora una semplice copia di quello  Confcommercio, sembrava  accontentarsi di qualche ritocco (verso il basso) della figura dei responsabili di punto vendita e poco più, in cambio di una moderazione sulle richieste salariali.

Confcommercio, sbagliando completamente i tempi,  ha pensando di poter ribadire, fuori tempo massimo,  innovazioni che altro non erano che provare a riprendersi con la mano destra ciò che a fatica veniva concesso con la sinistra. Forse ha pesato la competizione  con Federdistribuzione. Sicuramente è stata sottovalutato il contesto che andava maturando. Lì sono stati ribadite le richieste   su alcuni istituti contrattuali che, per la confederazione di Piazza Belli, si sarebbero dovuti modificare. Provocatorie per la Filcams CGIL ma altrettanto indigeste per la Uiltucs UIL e la Fisascat CISL.

Senza interlocutori sindacali disponibili alla mediazione, Confcommercio e Federdistribuzione, insieme agli altri protagonisti,  non hanno avuto la sensibilità di comprendere per tempo  il cambiamento di clima sociale che andava affermandosi nel Paese. I segnali di disaffezione dei giovani per la qualità del lavoro offerto, l’aumento delle dimissioni e l’inflazione che, crescendo, non colpiva solo i consumatori ma anche i lavoratori del comparto. Le polemiche sul lavoro povero che oltre alla logistica, lambisce pericolosamente i confini del comparto portando, all’ordine del giorno, sia i  famosi contratti “pirata” ma anche una pericolosa contaminazione da parte del sindacalismo di base propugnato dai COBAS che tende ad inserirsi nelle contraddizioni che, un negoziato nato male e proseguito ancora peggio, determina…

Non è stato considerato che, ad esempio,  sul versante sindacale nessuna delle tre organizzazioni  vanta una leadership forte e riconosciuta dalle altre due sigle. Cosa   che in passato aveva consentito svolte ai negoziati nei momenti difficili. Così, sul versante  datoriale,  il clima permanente di competitività tra le diverse associazioni  e la volontà di esercitare una leadership, indigesta agli altri, da parte di Confcommercio, hanno fatto il resto. 
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