Grande Distribuzione e lavoro. Il contratto nazionale che non c’è.

Come ho scritto a suo tempo (https://bit.ly/3HE2vV1) la firma del “protocollo straordinario di settore” di dicembre (https://bit.ly/3j0lD5r) è stato un fatto positivo. Rimettere intorno ad un tavolo comune (per i contenuti concordati) le diverse associazioni (Confcommercio, Federdistribuzione, Confesercenti e Coop) per confrontarsi con il sindacato di categoria sull’esigenza di arrivare nel 2023 alla firma dei rispettivi CCNL è stato un buon passo in avanti per una vicenda che rischiava di trascinarsi nel nulla cosmico per responsabilità dell’intera rappresentanza datoriale.

Certo le incertezze del  contesto e delle prospettive economiche non hanno incentivato il confronto ma qui c’è dell’altro. Innanzitutto la paura delle diverse associazioni del dumping salariale altrui utilizzato per difendere/incrementare la base associativa. Essere titolari di un contratto nazionale conferisce uno standing ambito. Definisce il perimetro rappresentato. Riuscire poi ad ottenere dalla stessa controparte sindacale uno “sconto” sul costo complessivo, definito da altri, convince i propri associati di essere meglio tutelati dalla propria associazione che da altre sigle. Salvo sottovalutare che, al rinnovo successivo (e oggi siamo qui) lo sconto ottenuto da alcuni toglie credibilità a chi lo ha concesso e insinua un clima di sfiducia complessiva sulla capacità  di sottoscrivere e mantenere i patti.

Un errore da matita blu che ne ha innescato un altro altrettanto pernicioso. Alcune imprese, visto la facilità con cui le associazioni principali si scavalcavano l’un l’altra con il beneplacito dei sindacati di categoria e sollecitate dai propri consulenti del lavoro, sono andate ben oltre azzerando i vecchi contratti in essere e modellandosene di nuovi a livello locale sulla propria struttura  organizzativa in modo assolutamente legittimo. Superare questa situazione non sarà facile. Il protocollo di dicembre ne ha rappresentato, però, un primo passo.

Recuperato per quanto possibile un clima di confronto costruttivo nei prossimi appuntamenti sarà necessario entrare nel merito. E qui casca l’asino. Da parte datoriale Confcommercio e Confesercenti, essendo confederazioni,  hanno una competenza tecnica in grado di affrontarne i contenuti per la dimensione politica che li alimenta e ne neutralizza in parte gli effetti concreti più indesiderati presenti in tutti i contratti. Federdistribuzione, no. La “base” delle due confederazioni  sono funzionari associativi esperti e allineati mentre Federdistribuzione ha, come interlocutori diretti, le imprese che notoriamente misurano i risultati rispetto al loro perimetro e alle loro specifiche esigenze. Una differenza non da poco…
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Il 2023 può essere l’anno di una nuova centralità del lavoro?

Il “rischio” che si perdessero molti posti di lavoro ha accompagnato pandemia e ripartenza. Il peso di un comparto si è sempre calcolato per la sua incidenza sul PIL e dal numero di occupati impiegati. Ci sono sempre in gioco “migliaia di posti di lavoro” come conseguenza di ogni in-decisione politica. La “quantità” coinvolgibile  è stata per lungo tempo il termometro del buon andamento o meno della società. Il lavoro purchessia, innanzitutto.

È un criterio di misurazione che viene da lontano. La stessa querelle sulla “congruità”delle eventuali offerte per superare il reddito di cittadinanza ne rappresenta una conferma. Quando si parla del lavoro degli “altri” la qualità dello stesso, la sua remunerazione, il grado di soddisfazione, per chi ne è coinvolto, rischia di passare in secondo piano. Averlo o non averlo ha sempre rappresentato il discrimine sociale principale.

Ma è ancora così? Oggi sembra esserlo sempre meno.

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Grande Distribuzione e terziario. La firma unitaria sull’acconto economico per i lavoratori è un buon passo in avanti…

Il 2022 si chiude, purtroppo,  senza il CCNL del terziario e della grande distribuzione rinnovato. Fortunatamente, e dopo tre anni dalla scadenza, è stato concordato una sorta di percorso con un indennizzo parziale e  un acconto sui futuri aumenti contrattuali (https://bit.ly/3j0lD5r) che farà passare il Natale (che resta un momento decisivo  per le vendite) con qualche speranza in più sul rinnovo nei primi mesi del 2023.

Perché siamo arrivati qui?

Inutile girarci intorno, la  responsabilità è delle due associazioni principali: Confcommercio e Federdistribuzione. Confcommercio nell’ultima scadenza (2019) era rimasta “scottata” dalla firma di un altro CCNL firmato tra gli stessi  tre sindacati confederali e Federdistribuzione in dumping al suo. Contratto nazionale interamente copiato salvo nella parte economica dove sindacati e rappresentati della GDO hanno concordato un costo minore.

Un errore, pur comprensibile, per i sindacati che temevano di non riuscire a tutelare la maggioranza dei lavoratori della GDO le cui aziende avevano disdettato il CCNL firmato da Confcommercio e contemporaneamente un errore sia di Confcommercio che di Federdistribuzione che non si sono preoccupati a sufficienza delle conseguenze  che si sarebbero verificate alla scadenza né della presenza di più contratti nazionali nello stesso comparto.

Quella sottovalutazione ha prodotto due effetti dirompenti. Il primo è che diverse insegne ne hanno tratto la convinzione che, dumping per dumping, si sarebbe potuto fare di più adottando contratti ancora più laschi e meno costosi. Il secondo è che le due associazioni hanno inevitabilmente perso autorevolezza con i rispettivi associati. Un contratto nazionale non è un contratto aziendale un po’ più grande come il pennello cinghiale della famosa pubblicità. Leggi tutto “Grande Distribuzione e terziario. La firma unitaria sull’acconto economico per i lavoratori è un buon passo in avanti…”

Duemilaventicinque. Il futuro di Milano è dietro l’angolo…

 

Il 2025 è dopodomani. Ho avuto la fortuna, proprio in questi giorni, di partecipare alla presentazione di un progetto dedicato al Retail Food in MIND nell’ex area EXPO un altro tassello della Milano che verrà. Una sorta di Silicon Valley alle porte di Milano dove sta prendendo forma “un distretto che si sviluppa attorno a quattro presenze di interesse pubblico: lo Human Technopole sulle Scienze della Vita, l’ospedale dell’IRCCS Galeazzi, l’hub sociale di Fondazione Triulza e il futuro Campus scientifico dell’Università di Milano. Insieme a queste realtà trovano spazio aziende private, acceleratori d’impresa, uffici innovativi e luoghi di creatività, e ancora parchi e giardini, abitazioni e servizi – per trasformare l’area che ospitò Expo Milano 2015 in un unico ecosistema contemporaneo a misura di vita”.

Un ‘ecosistema dell’innovazione’ che coinvolge grandi aziende, piccole imprese, startup, università e centri di ricerca e vede già più di 300 attori collegati.  Mind sarà anche un’isola senza combustibili fossili, con l’efficientamento energetico e la mobilità elettrica. Le auto non circoleranno nell’intero perimetro e il materiale utilizzato per la costruzione vede il reimpiego del materiale smontato che viene riciclato. Per quanto riguarda la grande distribuzione l’unica realtà che, per ora, ha colto l’importanza di esserci è stata Esselunga sia con una Esse che con altre attività. Non dimentichiamo che a regime MIND supererà le sessantamila presenze giornaliere collocandosi come dimensione tra i primi cento comuni italiani.

Il 2025 è un anno chiave per la città. L’anno successivo ci saranno le Olimpiadi invernali e Milano deve  correre per recuperare il classico ritardo nei lavori che già nell’EXPO del 2015 ne hanno accompagnato la realizzazione. Non c’è solo MIND.

C’è  Foody dove Cesare Ferrero è stato confermato per il terzo mandato alla presidenza di Sogemi, la società di gestione dell’ortomercato di Milano controllata al 100% dal Comune proprio per portare a termine entro il 2025  il piano Foody 2025 che prevede la realizzazione del nuovo mercato ortofrutticolo (il più grande in Italia) e altri investimenti finalizzati alla realizzazione di impianti di generazione di energia con fonti rinnovabili e di piattaforme logistiche produttive al servizio del mercato.  Un piano di investimenti che permetterà di sviluppare un’area strategica per tutta la filiera agroalimentare nazionale. Progetti che riportano  in primo piano la necessità di collaborazione futura  con la Food Valley emiliana mettendo a fattor comune esperienze e opportunità di concentrazione e sviluppo nell’interesse della filiera stessa.

C’è Santa Giulia  dove è in corso la “realizzazione di uno dei progetti di rigenerazione più estesi d’Europa, nell’ambito del quale ricadono l’Arena per le Olimpiadi invernali e la nuova tranvia, concepita secondo le tecnologie più innovative e sostenibili. E dove sono previste importanti ricadute pubbliche, un parco di 350.000 mq, servizi locali, scuole dell’obbligo di ogni grado, funzioni di scala internazionale come la nuova Arena e la nuova sede del Conservatorio.” E senza dimenticare i 2100 mq a disposizione del Food District.

Anche lì, lo dico per gli amici della GDO che inseguono la prima della classe, Esselunga ci è arrivata dimostrando, se mai ce ne fosse bisogno, che per crescere e per entrare nel sentiment di un luogo non servono solo aperture di nuovi punti vendita di formati diversi ma è fondamentale inserirsi nei grandi progetti di cambiamento che stanno ridisegnando  il volto ad una città come Milano.

Ricerca, industria, logistica servizi vecchi e nuovi, qualità del vita sono i titoli del cambiamento in corso. L’altra sfida è ricollocare gli spazi che la vecchia Milano industriale libera, in modo intelligente, pensando al nostro futuro. L’obiettivo è di creare a Milano nuovi ecosistemi inclusivi, resilienti e capaci di attivare circuiti virtuosi.  Certo Milano non è solo questo. E tutto questo non può nascondere sotto il tappeto i problemi che attengono ai costi della città, alla sua vivibilità complessiva, alle problematiche di povertà e di integrazione che stanno crescendo soprattutto nelle periferie o nell’hinterland.

Ma resta impossibile per chiunque risolvere questa complessità se ci si concentra solo su un tassello del problema. È il filo rosso che lega la Milano che corre a quella che rischia di restare indietro che ne costituirà la cifra della sua qualità complessiva. E, della sua unicità. Ed è lì che occorre guardare. 

Esselunga e Coop Alleanza 3.0, pur in modo diverso, investono sulle loro persone

Le buone notizie passano sempre in secondo piano ma poter sottolineare che due grandi aziende della GDO investono sulle proprie risorse umane è un fatto estremamente positivo. È vero che molte insegne, ciascuna a modo suo, lo hanno sempre fatto, però Esselunga e Coop Alleanza 3.0, per la qualità dell’intervento e per la quantità di risorse messe in campo, indicano due strade molto diverse tra di loro.

La prima, Esselunga,  mette al centro sé stessa. La sua unicità, lo spirito di appartenenza. La seconda, Coop Alleanza,  mette al centro la sua cultura sociale, i suoi valori e l’importanza del coinvolgimento dei lavoratori attraverso il sindacato. Insegne storicamente sempre in competizione oggi impegnate a segnare  il nuovo campo da gioco: le risorse umane e la loro ritrovata centralità per la Grande Distribuzione. Tema tra l’altro trattato in modo completo e sotto diversi punti di vista nel recentissimo Marketing Retail Summit di Milano.
Esselunga, per dirla con il prof. Stefano Zamagni punta sul “totalismo aziendale”. In estrema sintesi, l’azienda ritiene di bastare a sé stessa. Sceglie di produrre valori, cultura, procedure e stili di management che nascono e si consolidano all’interno delle proprie mura. L’azienda di Pioltello  sta per lanciare un progetto importante che cuba dieci milioni di euro di valorizzazione e formazione delle risorse interne e che integra  l’investimento per il welfare vicino alla sede  come accennato dall’AD Marina Caprotti in una intervista al Corriere di cui ho già scritto di recente  (https://bit.ly/3xYzNbZ). Ne seguiremo certamente l’implementazione.

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Eurospin. Anche il discount italiano ha una responsabilità sociale

A tenere testa ai discount tedeschi di Lidl, Aldi e Penny Market, Eurospin rappresenta la principale risposta italiana. Nata dall’intuito di quattro imprenditori nel 1993 oggi vanta oltre 7 miliardi di fatturato, 1200 punti vendita  e più di ventimila dipendenti. Ottimi fornitori e non solo ottimi prezzi, completano il successo di questa realtà italiana. Difficile quindi trovare un punto debole.

Ci stanno provando i sindacati di categoria. Un paio di anni fa in una interessante intervista a Milano Finanza Luigi Mion ad una precisa domanda sulla ragione vera del successo di Eurospin del giornalista Stefano Lorenzetto ha risposto: “la produttività”. “La crisi l’abbiamo cavalcata. Ci ha insegnato a lavorare in modo diverso e a educare i fornitori ad abbassare i costi, trovando insieme a loro la strada per farlo”. Tra le righe dell’intervista appariva però, già allora, un altro problema. La difficoltà a trovare giovani da assumere disposti a questa tipologia di lavoro. Un elemento che tenderà ad essere sempre più presente nell’intero comparto. Liliana Manenti, sindacalista  Fisascat nella zona di Treviglio conferma – “c’è la fuga dei giovani da queste realtà. I giovani restano poco,  giusto il tempo di trovare   un nuovo posto di lavoro da lunedì a venerdì. Il lavoro nei negozi aperti il sabato e domenica rimane ancora per i giovani uno scoglio. Sempre meno giovani sono disposti ad affrontare i faticosi orari tipici di questo lavoro”.

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Grande Distribuzione. METRO firma l’accordo di espansione

Le relazioni sindacali sono sempre influenzate dal contesto nel quale l’azienda opera. E quando il contesto spinge l’impresa ad affrontare un profondo riorientamento del proprio business le tensioni con le organizzazioni sindacali sono inevitabili. Sopratutto in situazioni dove, nel passato, hanno rappresentato un punto di forza nelle fasi di crescita.

È il caso di Metro Italia dove si è recentemente raggiunto una importante intesa con la sottoscrizione del cosiddetto “contratto di espansione” (in sintesi è una tipologia di accordo  che  consente di avviare piani concordati di esodo per i lavoratori  che si trovino a non più di 60 mesi dal conseguimento del diritto alla pensione bilanciandoli con nuove assunzioni con evidenti risparmi sul costo del lavoro).

Con oltre 4.000 dipendenti,  METRO è leader nel commercio all’ingrosso e nel settore alimentare. Presente in Italia in 16 regioni con 49 punti vendita all’ingrosso, con  diverse modalità di acquisto in funzione delle specifiche esigenze: dalla consegna (Food Service Distribution – FSD) al Cash and Carry e al canale digitale. La rete distributiva si completa con due depositi rispettivamente nelle aree metropolitane di Milano e di Roma, dedicati esclusivamente all’FSD. L’azienda ha circa 200.000 clienti con un focus specifico sulla ristorazione e l’ospitalità (Horeca). Nel mondo, METRO opera in oltre 30 paesi, impiega oltre 95.000 persone in tutto il mondo e conta circa 17 milioni di clienti con  un fatturato di 24,8 miliardi di euro. Metro Italia partecipa alla supercentrale di acquisto Aicube insieme a Gruppo Végé, Carrefour Italia e Gruppo Pam.

L’azienda tedesca è impegnata ad accompagnare l’evoluzione e la trasformazione del mercato dell’HORECA  (In sintesi la distribuzione di  prodotti presso hotel, ristoranti, trattorie, pizzerie, bar, catering, ecc.) dove è leader. Un settore in grande trasformazione a cui la recente pandemia ne ha mostrato limiti e possibili accelerazioni evolutive.  Leggi tutto “Grande Distribuzione. METRO firma l’accordo di espansione”

Grande Distribuzione e produttività. Una sfida non solo per le aziende..

Agatha Christie sosteneva che “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza ma tre indizi fanno una prova”. Insisto, anche se aver affrontato l’argomento mi ha portato qualche critica,  nel ritenere un errore del sindacato di categoria non prendere atto che il tema della produttività è centrale. Non però in generale dove tutti, più o meno, ne convengono ma nel concreto della quotidianità del punto vendita.

E, come ho già scritto (https://bit.ly/3OOkOr8),  discutere di produttività è altra cosa che affrontare il tema in presenza di investimenti tecnologici come in altri settori. La strada è una sola. Ottimizzare la prestazione individuale e collettiva coinvolgendo le persone e mettendo al centro il servizio al cliente e la redditività del negozio. Adesso è il momento dei discount. Dopo Eurospin  tocca a Penny Market il discount tedesco del gruppo Rewe. Il sindacato di categoria sembra scoprire improvvisamente  le “consuete criticità” del lavoro in un punto vendita. Difficile capirne la ratio. Nei punti vendita, soprattutto nei più piccoli o gestiti dai franchisee si lavora così. Da sempre. Dal comunicato della Uiltucs Uil scopriamo che le “relazioni sindacali territoriali sono insufficienti ed inefficaci per responsabilità aziendale, salute e sicurezza sono in discussione, i carichi di lavoro sono eccessivi, turni ed orari di lavoro sono pesanti, c’è un improprio utilizzo delle clausole elastiche e flessibili nonché dei permessi retribuiti. Turnazione e pause non sono rispettati e le pulizie dei negozi, dei servizi e dei parcheggi sono in capo al personale con altre qualifiche”.

Cambia l’insegna ma la musica è sempre la stessa. Visto dai comunicati  sindacali, Eurospin, Penny Market o altri discount e non solo, ogni vertenza aperta parte da una fotografia talmente drammatica che i punti vendita sembrano assimilabili a gironi danteschi. La distanza tra ciò che il sindacato rivendica e l’impostazione organizzativa aziendale è talmente ampia da svuotare di senso qualsiasi negoziato perché la differenza di impostazione, su queste basi,  è incolmabile. Vengono così dichiarati fantomatici blocchi degli straordinari e programmati scioperi di cui se ne perde immediatamente traccia. Le aziende abbozzano e  tutto ritorna alla quotidianità della gestione del punto vendita.

I discount ma anche gli stessi supermercati alle prese con il difficile equilibrio tra fatturati e margini funzionano così. Il tema della produttività del lavoro e quindi del suo riconoscimento diventa centrale. Tra l’altro  in vista del possibile rinnovo dei numerosi CCNL, il sindacato rischierebbe di  tirarsi la zappa sui piedi da solo. E queste, lo dico  per i critici esterni,  sono tutte realtà che non hanno né un turn over elevato né un assenteismo eccessivo.  E neppure rilevabili abbassamenti delle performance o peggioramenti della qualità di servizio percepiti dai clienti. Né faticano a trovare collaboratori. Le iniziative formative e di coinvolgimento sono numerose, la possibilità di accedere a  carriere interne, pure.

È chiaro che il lavoro nella GDO non è per tutti. Orari, turnazioni, impegno richiesto a contatto con i clienti e gestione degli imprevisti di ciò che si genera a monte nella logistica e nel rifornimento necessitano di caratteristiche diverse da altri comparti economici. Il punto vendita, pur costruito su una gerarchia precisa e all’interno di un modello organizzativo standard, comporta responsabilità personali e capacità di muoversi in mezzo ad imprevisti e interlocutori interni ed esterni che rendono quel lavoro particolare. Senza confini di qualifica né di inquadramento.

C’è un organizzazione formale di cui il CCNL ne rappresenta sulla carta il quadro di riferimento e poi c’è la realtà fatta di clienti esigenti, richieste di ogni tipo, promozioni che sconvolgono la quotidianità, derivati dagli afflussi e di picco. Non è quindi un lavoro adatto a tutti.  Il rischio che uno o più sindacati insistano su modelli organizzativi superati sembra essere l’unica spiegazione. A volte anche i manager intermedi delle aziende tirano troppo la corda. Soprattutto se e quando prendono impegni con la loro gerarchia che sanno di non poter mantenere.

Eppure il tema della produttività e del suo riconoscimento  anche a vantaggio dei lavoratori dovrebbe animare la discussione in vista dei rinnovi contrattuali. Draghi è stato chiaro. I CCNL vanno rinnovati. Ma se non si vuole ridurli ad una pura questione salariale la loro attualizzazione sui temi chiave per le imprese andrebbero ripresi.

I modelli organizzativi precedenti che hanno permeato il CCNL erano mutuati sostanzialmente dalle grandi superfici e derivati da una forte impostazione tayloristica. C’era poca cultura del servizio e delle logiche di un negozio e un’impostazione quasi da reparto industriale. Organici di reparto, nastri orari, operazioni di pulimento esternalizzate, pause e rimpiazzi, inquadramento e tipologie di lavoro consentivano organizzazioni lasche e spesso ridondanti. Ma i bacini di utenza erano ben diversi. E la competitività tra i differenti formati è data da una continua ricerca di equilibrio tra fatturati e margini e quindi il tema dei costi, della loro gestione e del contributo qualitativo delle persone diventano centrali.

Il sindacato di categoria di fronte a questo può “fingere” di non vedere la realtà mettendosi di traverso  o scegliere di misurarsi con le imprese per una più equa distribuzione dei benefici prodotti da questi modelli organizzativi e quindi per un maggiore protagonismo dei lavoratori partendo dall’andamento del punto vendita ma guardando alla prospettiva dell’insegna che lo comprende. E questo converrebbe anche alle aziende che porterebbero il lavoro e la sua valorizzazione al centro di una rinnovata centralità del cliente e della sua gestione evitando così di scivolare verso un utilizzo strumentale del lavoro sempre meno pagato che, prima o poi, si rivolterebbe contro.

E questo è un passaggio obbligato se il welfare contrattuale e la bilateralità vengono intesi come passi nella direzione di forme di coinvolgimento e di partecipazione alla vita del comparto e delle aziende e non come esclusivi generatori di risorse e poltrone. Il CCNL è quindi a un bivio. Può ripiegare diventando uno strumento di semplice governo salariale e quindi una sorta di salario minimo gestito nel settore o evolvere verso modelli contrattuali più coinvolgenti e partecipativi. Su questo produttività e sua distribuzione potrebbero rappresentare il vero punto di svolta. 

Terziario e servizi. Draghi sollecita il rinnovo del CCNL

E così c’è voluto addirittura un intervento deciso di Mario Draghi per far capire che i CCNL vanno rinnovati. Eppure Carlo Sangalli lo aveva incontrato da poco nascondendosi dietro le solite richieste sul tema: riduzione sul cuneo contributivo  e fiscale e sgravi sugli aumenti ipotizzando futuri rinnovi. Si era dimenticato di dirgli che l’ultimo CCNL del terziario è stato sottoscritto sette anni fa ed è fermo da oltre due anni e che, a differenza di Confindustria che i suoi contratti li aveva rinnovati, il CCNL è rimasto fermo senza alcuna ragione specifica particolare. Turismo e piccoli esercizi travolti dalla pandemia hanno i loro contratti nazionali e buone ragioni per non rinnovarli in questi anni. Quindi nessuna scusa.

Solo la competizione al ribasso tra Confcommercio, Federdistribuzione e Confesercenti nel rinnovo precedente ha convinto tutti e tre che buttare la palla in tribuna fosse una buona cosa. Alle aziende in fondo sarebbe andata bene così. Avrebbero risparmiato nel breve e rinviato il rinnovo a tempi migliori.

Nessuna delle tre organizzazioni si è voluta assumere la responsabilità che le competeva proponendo  un percorso serio alle imprese. E un negoziato win win ai sindacati di settore.  Meglio cavalcare paure e preoccupazioni in vista di una possibile quanto rischiosa tempesta perfetta puntualmente arrivata. E oggi il quadro si sta complicando  ulteriormente.

Eppure Sangalli in passato ha subìto l’uscita di Federdistribuzione proprio per aver deciso che era arrivato il momento di chiudere un contratto nazionale che vedeva contraria proprio la GDO. Altri tempi evidentemente. L’attuale vertice di Confcommercio ha perso quella sensibilità.  Oppure si è perso tra veti e contraddizioni interne. Muro sull’aspetto salariale, vaghe teorizzazioni nel merito delle proposte sindacali e qualche commissione creata per ammortizzare le spinte dei lavoratori. Una figuraccia certificata dal Presidente del Consiglio che fotografa l’affanno complessivo e la mancanza di iniziativa dell’intero associazionismo nel commercio e nel terziario.  Leggi tutto “Terziario e servizi. Draghi sollecita il rinnovo del CCNL”

Contratto nazionale del commercio. I sindacati hanno ragione ma le aziende non hanno torto…

Difficile fare pronostici. Da una parte le buone ragioni del sindacato di settore. L’inflazione colpisce gli addetti come i consumatori. Tenere fermo il rinnovo a oltre due anni dalla scadenza per le diatribe tra le controparti datoriali rischia di trasformarsi in un boomerang. Ha ragione Vincenzo Dell’Orefice della Fisascat CISL a sottolineare che nascondersi dietro l’aumento dei costi per evitare il confronto di merito di un contratto nazionale, che ha una vigenza pluriennale, non è un motivo sufficiente. “Chi non vuole rinnovare un contratto trova sempre un motivo (il covid, la guerra, l’inflazione ecc).” Il punto è, come ci ricorda un  saggio proverbio africano,  che chi vuole sul serio qualcosa cerca una strada. Non una scusa.

Aggiungo che le stesse associazioni datoriali, in primo luogo  Confcommercio e Federdistribuzione impegnate in una estenuante competizione sulla rispettiva rappresentatività nel comparto rischiano di perdere la necessaria autorevolezza fondamentale per guidare un negoziato  complesso. I segnali ci sono tutti. Da un lato la fuga dal CCNL di Federdistribuzione di alcune aziende associate verso altre formule contrattuali, mascherato, in termini numerici, con l’arrivo di importanti nuove aziende.

Dall’altro le dichiarazioni di Donatella Prampolini responsabile Confcommercio dell’area  lavoro quando annuncia che per impedire giochi al ribasso nel prossimo rinnovo di altre organizzazioni datoriali andrà  richiesta ai sindacati “una clausola di salvaguardia con l’obiettivo di impedire il dumping contrattuale”. La Confcommercio avrà quindi bisogno di un pezzo di carta firmato dai sindacati in sede di rinnovo che garantisca un riallineamento economico/normativo nel caso  altre organizzazioni datoriali dovessero ottenere di più dagli stessi sindacati.

Confcommercio non è più in grado di mettere in campo l’autorevolezza del Presidente Sangalli ormai ai titoli di coda né il peso della confederazione su questa materia né la fermezza necessaria con le rispettive controparti. Donatella Prampolini ha addirittura definito “furbata” lo sconto salariale ottenuto da Federdistribuzione e da Confesercenti nel rinnovo precedente. Non un tragico errore dei sindacati che non si dovrà più ripetere pena l’interruzione di ogni relazione seria. Oggi serve una garanzia scritta. È proprio la fine di un ciclo. Leggi tutto “Contratto nazionale del commercio. I sindacati hanno ragione ma le aziende non hanno torto…”