Un silenzio doveroso

Su tutto ciò che riguarda la tragedia di Genova non dirò né scriverò una parola. In campo ci sono troppi politici e giornalisti meschini, troppi sciacalli, troppi esperti del giorno dopo. Per quanto mi riguarda, riesco a vedere solo dolore e morti che non ci sarebbero dovuti essere. Le responsabilità ci sono, vanno accertate e i responsabili condannati senza alcuna indulgenza. Quello che rifiuto è che tutto questo si debba per forza trasformare in una nitida fotografia di dove può spingersi il degrado e la superficialità della politica, del giornalismo ma, purtroppo, anche di ciascuno di noi.

Più PIL per tutti…

Ai fautori della decrescita felice, prima o poi, qualcuno ci si doveva mettere contro. Ci ha pensato il leader degli industriali Vincenzo Boccia a pronunciare parole che sembravano ormai cadute nel dimenticatoio del 900: “se le cose non cambieranno saremo costretti ad andare in piazza”.  C’è un’aria strana intorno a noi mentre i vincitori delle elezioni del 4 marzo, Lega e 5S,  esplicitano le loro proposte per il futuro del Paese.

La Lega persegue un disegno di cambiamento percorrendo progetti e sentieri di destra.  Forte nei piccoli e medi imprenditori, punto di riferimento per buona parte del nord produttivo ma diffidente nei confronti dello Stato, dell’Europa e preoccupato dalla competizione internazionale, in questa fase Salvini ha scelto come prioritari i temi delle migrazioni e della sicurezza.

Temi non scelti a caso ma necessari a costruirsi quella autorevolezza e quella forza che il 4 marzo le urne non gli hanno concesso. L’obiettivo vero, però, sembrerebbe essere l’Europa (almeno questa Europa) e probabilmente anche l’Euro in questo aiutati anche da nuovi equilibri internazionali e dall’emergere di una spinta sovranista e antieuropea in molti Paesi del continente.

I 5S, dall’altra parte, pur scontando una imperizia e una faciloneria nei comportamenti e nelle dichiarazioni più da assemblea di condominio che da Governo del Paese, cavalcano una cultura ribellista contro l’establishment a tutto tondo, e, proponendosi come rappresentanti esclusivi del popolo, non riescono ad accettare l’idea che altri, a cominciare dai corpi intermedi, manifestino una rappresentatività in parte concorrenziale attraverso le loro burocrazie.

Nella democrazia dove uno vale uno non sono previsti altri soggetti ritenuti, più o meno, reperti archeologici del novecento. Leggi tutto “Più PIL per tutti…”

La rappresentanza nell’era dell’uno vale uno…

La difficoltà ad incidere concretamente la nuova realtà politica e sociale da parte delle organizzazioni di rappresentanza è sempre più evidente. Dario Di Vico, sempre attento a questi fenomeni, ritorna sul Corriere di oggi  (http://bit.ly/2KOHKVE) ad insistere su di un punto a lui molto caro: il potenziale “tradito” dagli aderenti a Rete Imprese Italia, una sorta di alleanza virtuale sostanzialmente difensiva che ha cercato di mettere insieme la rappresentanza delle piccole e medie imprese italiane.

Nata nel 2006 più per dare una dimensione intercategoriale alla protesta contro i contenuti della legge finanziaria dell’allora Governo Prodi ha scoperto, strada facendo, di poter provare ad ambire a qualcosa di più importante: una sorta di rappresentanza di un ceto medio che cominciava a pretendere, seppur in modo disordinato, un ruolo e una decisiva importanza nell’economia del Paese ma anche la propria fragilità nei meccanismi indotti dalla globalizzazione.

L’intuizione, sul piano politico, era interessante ma presupponeva una continuità che però non c’è stata. Il mantenimento di una identica volontà di equidistanza combattiva con i governi che si sarebbero via via succeduti, una generosità sul piano organizzativo e delle scelte non sempre convergenti sul piano degli specifici interessi rappresentati, una gestione a livello locale meno competitiva delle singole sigle e, ultimo ma non ultimo, una visione della evoluzione della situazione economica e della crisi che avrebbe devastato, di lì a poco, proprio le piccole e medie imprese e schiacciato verso il basso l’intero ceto medio.

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GDO tra aste al ribasso, lavoro festivo e immagine pubblica

Adesso il tema è quello delle aste al ribasso praticato da alcune aziende della GDO ma addebitato a tutte. La ormai famosa passata di pomodoro a 31,5 centesimi con l’immagine che passa in TV dei raccoglitori ridotti in schiavitù dai caporali nei campi del sud e da gravissimi fatti di cronaca. 

Prima era quello del lavoro festivo, prima ancora del lavoro povero e precario. Non è la prima volta che insisto su questo punto. La Grande Distribuzione Organizzata ha un serio problema di immagine complessiva negativa a cui non riescono a sottrarsi neppure le imprese migliori.

Personalmente ho una grande stima per chi guida le aziende nel comparto che cercano di smarcarsi dall’essere considerate “grigie come tutti i gatti, di notte”. Però purtroppo è così e la ragione è molto semplice.

Non esiste nessun comparto economico in esasperata competizione al suo interno che si è caratterizzato nel tempo in quanto tale. Dalla più grande impresa industriale al più modesto esercizio commerciale sotto casa, da importanti settori economici come agricoltura, turismo, logistica nessuna azienda che vi opera ha mai sentito la necessità di mimetizzarsi dietro la sigla di un settore rinunciando in modo così evidente alla specificità di insegna. Leggi tutto “GDO tra aste al ribasso, lavoro festivo e immagine pubblica”

Il sindacato dei cittadini..

Giorgio Benvenuto ne aveva accarezzato per primo l’intuizione. La sua organizzazione sindacale, la UIL, nel congresso di Firenze nel novembre 1985 si dichiarò “il sindacato dei cittadini” cercando di valorizzare il ruolo del sindacato anche fuori dal luogo di lavoro nella difesa dei diritti dei lavoratori.

Non poteva immaginare che 35 anni dopo, nel bel mezzo di una rivoluzione pacifica quanto caotica che avrebbe infiammato il nostro Paese, un movimento di nuovo conio si sarebbe impossessato della sua idea per contrapporla al Sistema.

“Cittadini 1, Sistema 0” ha esclamato Luigi Di Maio, capo politico dei 5S, Ministro del lavoro e dello Sviluppo Economico immediatamente dopo l’approvazione al Senato del suo “Decreto Dignità”. Dietro a tutto questo c’è l’idea del cittadino che, privato dei diritti più elementari, a cominciare dal lavoro, prende coscienza del suo stato e inizia ad imporre, tramite il Movimento, nuove regole di convivenza e nuove priorità indipendentemente dal contesto economico politico e sociale nel quale il nostro Paese è inserito.

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Perché le imprese italiane non credono al secondo livello di contrattazione…

Che la contrattazione aziendale e/o territoriale sia riservata a pochi lo si può ricavare anche nel 4° rapporto Ocsel (Osservatorio Contrattazione di Secondo Livello) curato dalla Cisl che raccoglie ed analizza 2.196 accordi aziendali stipulati negli anni 2016 e 2017 (di cui 1.238 per il primo anno e 958 nel secondo) in 1.078 aziende che occupano 928.260 lavoratori.

Su circa quindici milioni di lavoratori del settore privato solo un quindicesimo è coinvolto dalla contrattazione di secondo livello. E sarebbe interessante analizzare quanto è dovuto ad iniziativa delle imprese e quanto del sindacato per poter parlare a ragione veduta di peso della contrattazione.

Un dato sembra emergere chiaro: l’interesse delle imprese al 2° livello di contrattazione continua ad essere  scarso. A partire dagli anni 90 è avvenuto un processo lento di “disintermediazione” profonda all’interno delle imprese italiane. il tramonto del fordismo, le diverse tipologie di flessibilità in entrata, le crisi aziendali hanno ridotto la qualità e il perimetro del confronto con il sindacato già inesistente  nelle piccole imprese.

Nelle medio grandi la gestione delle risorse umane è diventato un elemento sempre più delicato e quindi affidato a professionisti esperti che hanno allineato le politiche e gli strumenti alla cultura e ai valori di ogni singola impresa. Nuovo welfare aziendale, merito, sviluppo delle carriere, premi e incentivi, modelli organizzativi, diritti e doveri si sono modellati sulla singola realtà escludendo o assegnando al sindacato un ruolo marginale di condivisione su politiche già decise altrove.  Spesso centralizzate a livello internazionale. 

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Aspiranti neo mosche cocchiere…

In un recente articolo sull’Avvenire, Goffredo Fofi  rilancia la sempre attuale favola di Fedro. “Una mosca ha preso posto sulla testa di un mulo che trascina un carro di cui un cocchiere tiene le redini, e crede di esser lei a guidare il carro, e di questo si fa bella col mulo, ma il mulo le ricorda che entrambi sono guidati da ben altro potere, a cui per forza obbediscono”.

Una attualità che rappresenta in modo plastico  il dibattito politico che agita il vecchio centro destra e il vecchio centro sinistra. L’idea di alcuni è che, sia la Lega di Salvini che i 5S siano incidenti della storia e che, con qualche opportunismo tipico della politica italiana, possano essere condizionati e, perché no, riassorbiti dal gruppo come in una corsa ciclistica marginalizzandone le inevitabili  derive estremiste. Non è così.

Le vecchie culture politiche del 900 si stanno ridimensionando ovunque nel mondo e quindi anche nel nostro continente. Da noi la dimostrazione è nella supposta furbizia di chi, nella destra moderata dopo le elezioni, ha pensato utile lasciar fare a Salvini per poi poterlo riprendere strada facendo.

La Lega, al contrario,  è riuscita a dare una nuova fisionomia ad una destra popolare ponendosi addirittura come modello replicabile in altri Paesi perché ha saputo interpretare un vero cambiamento antropologico in corso lontano dai tatticismi dell’establishment moderato in tutta Europa. Leggi tutto “Aspiranti neo mosche cocchiere…”

Le persone vengono prima delle idee…

Cesare Zavattini in una trasmissione televisiva in bianco e nero di molti anni fa presentò con la sua consueta semplicità un concetto complesso. Ricordo che, più o meno disse che: ”Pensare è faticoso. Si muore senza aver mai pensato. Pensare è più importante che mangiare perché se tutti pensassimo, nessuno morirebbe di fame”. Lo trovo ancora e sempre attuale.

Se tutti pensassimo. Non se gli “altri” pensassero. E’ il pensiero, la riflessione, il confronto che ci consentono di essere persone. È una nostra responsabilità. Anche di cambiare idea, punto di vista, sensibilità. Enzo Bianchi, in uno dei tanti mirabili tweet che ci regala ogni giorno ci invita, come sempre, a riflettere: “Fu detto ad abba Pambo:“Abba, nella vita a volte si cade, si precipita, e si va a fondo!” Rispose abba Pambo:“Si, è vero, accade. Ma coraggio!  Quando si va a fondo si scoprono le fondamenta.”

Riflettevo in questi giorni sul linciaggio scatenato in rete contro Fiorella  Mannoia rea di aver espresso una opinione ferma contro la politica del Governo sulla chiusura dei porti e sulla mancanza di umanità di cui è intrisa quella politica. E tutto questo solo perché, poche settimane fa, si è espressa a favore dei 5S alle elezioni politiche tradendo in qualche modo la sua tradizionale appartenenza alla sinistra. 

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La trasformazione del lavoro tra vecchie rigidità e nuove fragilità

“Se non sono disposto a pagarla quanto costa se trasportata da un fattorino pagato “il giusto” … me la vado a mangiare all’angolo .. o mi preparo due pomodori col basilico. Che ho pagato quanto serve a remunerare profitto e salari regolari. Semplice”. Fino a qui il tweet di Fabrizio Barca. Ovviamente senza pensare che, pomodori e basilico, vengono magari dall’agro nocerino-sarnese dove a raccoglierli c’è un immigrato di cui non interessa a nessuno la sua retribuzione. Il montatore dei mobili, il consegnatario della spesa a domicilio, il postino 4.0, lo studente che da ripetizioni, il minorenne che porta il caffé e via discorrendo non si percepiscono  come lavoratori.

E’ singolare come la trasformazione del lavoro venga colta da una parte della classe dirigente di cultura novecentesca con reazioni, tutto sommato, scontate. Da Annamaria  Furlan della CISL che non ha mai frequentato un outlet alla domenica e che giudica negativamente chi sceglie di fare shopping i giorni festivi a Fabrizio Barca che rimpiange il vecchio e sano fattorino che, però, da parte sua non ha mai pensato di utilizzare.

E’ ovviamente una cultura rispettabile ma minoritaria che fatica a misurarsi con i cambiamenti in corso e quindi cerca nel passato risposte comunque insufficienti. Manzoni ci ricorda, giustamente, che “non sempre ciò che viene dopo è progresso” ma i cambiamenti non si esorcizzano negandoli. O interpretandoli con categorie superate.

Per la nostra generazione il lavoro ha sempre avuto bisogno di un luogo, di un tempo e di una sua specifica remunerazione. Oggi il lavoro insegue il lavoratore, ne dilata il tempo rendendo labili i confini con il resto della vita privata e lo retribuisce in forme sempre meno riconducibili alle logiche fordiste. Leggi tutto “La trasformazione del lavoro tra vecchie rigidità e nuove fragilità”

Scusi Lei è pro o anti?

Mi ricordo una modesta storiella che racconta di un congresso di matematici dove il primo relatore, con una vistosa cravatta verde sosteneva dal palco che 2+2=5. La parte della platea dotata di cravatta verde annuì e si prodigò immediatamente in un applauso frenetico. Il secondo relatore, dotato di cravatta rossa,  sostenne al contrario che 2+2=3. Ebbe anche lui un grande applauso da tutti coloro che portavano una cravatta dello stesso colore. Il terzo relatore si presentò sul palco con una barba lunga e folta. Quando disse che, a suo parere,  2+2=4 un silenzio imbarazzato pervase tutto l’uditorio fino a quando uno dei matematici presenti, seduto sul fondo della sala, si alzò e chiese al relatore di spostare la barba così da mostrare alla platea il colore della cravatta.

Purtroppo oggi siamo messi così. Non mi piace cosa sta facendo il nuovo Governo pentaleghista in tema di immigrazione e cosa sembra prospettare in tema di lavoro. Non mi piace soprattutto l’idea che un’azione proposta, qualunque sia, prevalga sulla riflessione necessaria che la deve precedere, sulle conseguenze e sugli effetti collaterali che può provocare.

Sull’immigrazione l’Europa deve assumersi le proprie responsabilità. Credo sia evidente a tutti. Per costringerla a farlo, però, non si possono usare le persone più deboli come scudi umani. Né fare di tutta un’ erba un fascio delle ONG che operano nel Mediterraneo. Soprattutto quando, e lo si vede in questi giorni, la faccia truce mostrata con l’Acquarius non è servita a fermare alcunché visto che gli sbarchi sono continuati e continuano in alcuni porti del nostro sud. E sono destinati a continuare.

Sarà pure un Governo anomalo ma che sia il Ministro degli Interni a dettare strategie, modalità e priorità al posto del Presidente del Consiglio non depone certamente a rafforzare l’immagine del nostro Paese sul piano internazionale. Se l’intenzione non è quella di uscire dall’Europa le partite aperte sono molte e non sarà certo il tono della voce a determinare gli equilibri da trovare su diverse materie. Leggi tutto “Scusi Lei è pro o anti?”