In ricordo di un grande sindacalista: Pierre Carniti. Di Sandro Antoniazzi

 

Carniti è stato un grande sindacalista, in una grande epoca storica del sindacato.
Ogni grande sindacalista ha propri caratteri e propri meriti che è bene ricordare.

Carniti era un atipico, un eterodosso, uno fuori da ogni schema. In un periodo di tempo fortemente ideologico e politicizzato, dove ognuno veniva classificato per la sua provenienza e appartenenza, Carniti era indefinibile. Era il cruccio dei comunisti che, considerandosi i veri interpreti della classe operaia di cui conoscevano l’ortodossia e tutte le possibili deviazioni da questa, non riuscivano a collocarlo; varie volte hanno tentato di definire la FIM di Carniti come pansindacalista, anarco-sindacalista o altri vocaboli del genere, senza cogliere il vero carattere di questo strano e originale sindacato.

La FIM di Milano e quelle altre vicine che poi formarono la nuova FIM nazionale rappresentavano un caso raro; costituivano un esempio rarissimo di “sinistra sindacale”. C’è tanta sinistra nel sindacato e tanti sindacati di sinistra nel mondo, ma si tratta praticamente sempre di una sinistra politica che opera nel sindacato. La sinistra sindacale è un’altra cosa: parte dai problemi dei lavoratori e con essi agisce e lotta per cambiare la loro condizione. Per trovare qualcosa del genere penso che occorra risalire alle origini del sindacato.

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Il nuovo che avanza…

Pensioni, reddito di cittadinanza, precarietà e crisi aziendali. Il nuovo Governo entra in campo sul lavoro non già come arbitro per mediare tra posizioni altrui ma come protagonista. Probabilmente ascolterà i sindacati che saranno costretti ad aggiornare velocemente le loro rivendicazioni così come le organizzazioni di rappresentanza che, in ordine sparso, cercheranno di non vedersi esautorati delle loro materie specifiche e di non vedersi addebitati un costo insostenibile. Ma questo non basta.

I problemi  legati al lavoro rischiano di non essere più in carico alle parti sociali. Almeno fino a quando non finirà la fase della propaganda e della mediatizzazione legata alla coerenza o meno al “contratto di governo”. Le macchine organizzative dei corpi sociali sono decisamente ingolfate strette da una diffidenza reciproca derivata dalla concorrenza tra di loro accentuatasi sulla fine del 900 e dal desiderio di smarcarsi in solitaria dall’accusa di non essere in grado di “capire il nuovo e guidare il cambiamento”.

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Se i muri potessero raccontare di Maurilio “Rino” Riva

Ho conosciuto l’autore proprio poco prima che decidesse di entrare in fabbrica. Io avevo 18 anni, lui sei più di me. L’ho reincontrato, molti anni dopo su Facebook ormai in pensione.

In quegli anni di grande effervescenza sociale e politica ci vedevamo praticamente ogni sera, sabato compreso. Rino Riva vendeva libri per gli Editori Riuniti e, insieme ad altri giovani, stava maturando l’idea, proprio in quel periodo, di andare a lavorare in fabbrica.

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Nel Paese dei disuguali di Dario Di Vico

Quello che abbiamo lasciato alle spalle è noto ma è difficile intravedere ciò che ci aspetta. Viviamo una transizione dove il 900 con le sue aspettative e le sue “conquiste” sembra sbriciolarsi sotto i nostri occhi.

Tra ascensori sociali che si sono delocalizzati, corpi intermedi in affanno, classe operaia stretta tra élite 4.0 e neo lumpenproletariat, la società post industriale nella globalizzazione si delinea e produce nuove opportunità ma anche nuove disuguaglianze.

Spesso gli osservatori, vecchi e nuovi, con la loro Polaroid d’antan faticano a raccontare la realtà perché la velocità del cambiamento del contesto è maggiore della velocità con cui le persone e le organizzazioni tradizionali sembrano in grado di reagire e adattarsi al nuovo che avanza. Nascono nuovi attori mentre, inevitabilmente, ne soccombono altri.

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Rivoluzione metalmeccanica. Un libro da leggere..

Vista la reazione un po’ moscia seguita alla firma del contratto nazionale dei metalmeccanici nelle Confederazioni sindacali e in quelle datoriali il titolo dell’ultimo libro di Giuseppe Sabella (Rivoluzione Metalmeccanica Ed. Guerini e Associati) potrebbe sembrare eccessivo.

Il termine di “Rivoluzione” forse può spaventare. Soprattutto in un mondo paludato e poco portato ai cambiamenti profondi come quello delle relazioni industriali del nostro Paese. Personalmente lo trovo azzeccato.

Se togliamo settori protetti e quindi non giudicabili come il pubblico impiego (allargato) sono rimaste sostanzialmente due categorie importanti dove le dinamiche sindacali esercitano ancora un ruolo in linea con la loro storia: i chimici e i metalmeccanici.

I primi riformisti e collaborativi (unitariamente) da sempre e per scelta, i secondi in cerca di una nuova identità da costruire sulle macerie del ciclo precedente che si è andato via via spegnendosi incalzato dalle ristrutturazioni e dalle riorganizzazioni aziendali imposte dalle crisi che si sono succedute dalla metà degli anni 90 in poi.

Una categoria in cerca di una nuova identità che non ha scelto di ripiegare su se stessa nella nostalgia di un “decennio irripetibile” ma di interpretare ciò che ci ricorda Marcel Proust e cioè che “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.

E di farlo insieme cercando di trovare ragioni e convenienze comuni che permettessero di mettere da parte (non di dimenticare) tensioni e difficoltà che altrimenti avrebbero impedito qualsiasi conclusione del percorso.

Federmeccanica, e gliene va dato atto, è stata determinante non per rimettere banalmente insieme i tre sindacati, ma per il livello e la qualità della sfida lanciata. E, soprattutto, per essere riuscita ad ingaggiare anche le sue imprese su un terreno non facile da metabolizzare.

Giuseppe Sabella, autore del libro, è stato molto bravo a decidere di percorrere una intera storia fatta di uomini e avvenimenti in mancanza della quale la conclusione di questo contratto potrebbe essere male interpretata.

E non è un caso che gli estimatori della svolta, a parte le imprese e i lavoratori del settore che lo hanno approvato a larghissima maggioranza, sono sostanzialmente estranei al ristretto mondo delle relazioni industriali tradizionali avvezzo alla continuità e non alla discontinuità. E soprattutto poco avvezzo a riconoscere i meriti altrui…

Sabella ci ricorda con particolari interessanti il clima, la fatica, la drammaticità di scelte e la qualità degli uomini che le hanno compiute in situazioni politiche e sociali oggi, per molti, inimmaginabili. Una storia che, senza il contributo fondamentale dei metalmeccanici, avrebbe preso, forse, ben altre strade.

Una storia di conquiste ma anche di errori che l’autore non omette riuscendo in questo modo a sottrarre questo libro dalla retorica sessantottina che caratterizza quasi tutta la produzione letteraria sull’argomento.

Togliere sacralità al contratto nazionale, spostare il baricentro negoziale laddove la ricchezza si crea concretamente, investire in un welfare integrativo e nella formazione è stata una operazione complessa perché si è posta l’obiettivo di creare una nuova cultura nel sindacato e nelle imprese.

Una cultura, come sottolinea con forza l’autore, che scommette sulla responsabilità delle persone più che sulle regole. Questa mi sembra la vera novità da sottolineare. Per questo il “trio Metal” (Bentivogli, Landini e Palombella) esce sicuramente rafforzato da questa prova.

Marco Bentivogli lo sottolinea quando afferma che: “c’è la consapevolezza, in alcuni più avvertita, in altri presente forse solo in embrione, che sia ormai tempo di lasciarsi alle spalle un modello che non tiene più, per far posto ad un modello fondato sulla cooperazione, nella loro autonomia, tra le parti e un forte tentativo di rigenerazione delle relazioni industriali”.

Così come Fabio Storchi, Presidente di Federmeccanica, che lascia al suo successore un impegno vero sintetizzato così: ”Concetti come centralità del lavoro e della persona, condivisione degli obiettivi e dei rischi, partecipazione attiva, fabbrica a misura d’uomo, entrano così a pieno titolo nel lessico dell’industria italiana considerata nella sua totalità e, dunque, senza distinzione tra datori di lavoro e organizzazioni sindacali”.

È indubbio che Giuseppe Sabella, con questo libro non ha solo intuito la presenza di nuovi protagonisti sulla scena che inducono a pensare che il sindacato, pur provato da mille battaglie, da vittorie e da sconfitte, continui a mantenere una sua vitalità e una sua visione riuscendo a trovare sempre, dentro se stesso, i valori e gli uomini destinati a viverli concretamente ma ha anche indovinato il titolo del libro perché questo rappresenta, per la categoria, la volontà di tentare un salto di paradigma. Quindi una vera e propria “rivoluzione metalmeccanica”. Culturale, negoziale e strategica.

The Times They Are A-Changin’ di Bob Dylan (traduzione)

 

L’ultimo libro di Daniel Goleman e Peter Senge  (A scuola di futuro, manifesto per una nuova educazione) si conclude con un aneddoto interessante.

E’ il 2012. In una scuola il gruppo di Peter Senge ha animato il lavoro di bambini in progetti che applicano il pensiero sistemico per comprendere le conseguenze delle nostre azioni su scala globale.

Il progetto presentato da una studentessa di 12 anni si riassumeva in una foto di una turbina a vento installata di fronte alla scuola.

A quel punto, avendo catturato l’attenzione di un pubblico per lo più stupefatto, la dodicenne lo ha affrontato direttamente, con tutti i suoi 30 chili di determinazione, e ha detto con calma: “spesso sentiamo che noi ragazzi «siamo il futuro».

Non siamo d’accordo. Non abbiamo tutto questo tempo. Dobbiamo cambiare le cose ora. Noi ragazzi siamo pronti, e voi?

Molti di noi, ragazzini nel 1964 e liceali nel 1968, ci sentivamo pronti. Scriveva Bob Dylan, oggi premio Nobel,  nel 1964, a 23 anni…..

I tempi stanno cambiando

Venite intorno gente
dovunque voi vagate
ed ammettete che le acque
attorno a voi stanno crescendo
ed accettate che presto
sarete inzuppati fino all’osso.

E se il tempo per voi
rappresenta qualcosa
fareste meglio ad incominciare a nuotare
o affonderete come pietre
perché i tempi stanno cambiando.

Venite scrittori e critici
che profetizzate con le vostre penne
e tenete gli occhi ben aperti
l’occasione non tornerà
e non parlate troppo presto
perché la ruota sta ancora girando
e non c’è nessuno che può dire
chi sarà scelto.

Perché il perdente adesso
sarà il vincente di domani
perché i tempi stanno cambiando.

Venite senatori, membri del congresso
per favore date importanza alla chiamata
e non rimanete sulla porta
non bloccate l’atrio
perché quello che si ferirà
sarà colui che ha cercato di impedire l’entrata
c’è una battaglia fuori
e sta infuriando.

Presto scuoterà le vostre finestre
e farà tremare i vostri muri
perché i tempi stanno cambiando.

Venite madri e padri
da ogni parte del Paese
e non criticate
quello che non potete capire
i vostri figli e le vostre figlie
sono al dì la dei vostri comandi
la vostra vecchia strada
sta rapidamente invecchiando.

Per favore andate via dalla nuova
se non potete dare una mano
perché i tempi stanno cambiando.

La linea è tracciata
La maledizione è lanciata
Il più lento adesso
Sarà il più veloce poi
Ed il presente adesso
Sarà il passato poi
L’ordine sta rapidamente
scomparendo.

Ed il primo ora
Sarà l’ultimo poi
Perché i tempi stanno cambiando.

Comunque vada il referendum di Marco Bentivogli…

Il 75% dei partiti (in termini di voti presi alle ultime elezioni politiche nazionali) è schierato per il No alla Riforma.
In realtà molto di più perché come è noto, Verdini aiuta più a perdere voti che a guadagnarne e una parte del Pd e la Cgil hanno sostenuto e fatto campagna per il No. Eppure molti di questi partiti han votato per ben 3 volte l’intero testo, altri han pure ottenuto modifiche che secondo me l’han peggiorato. Renzi sopra il 35% potrà sentirsi comunque soddisfatto.

Questo dice già molto sull’esito che ci si può aspettare. E anche sui prossimi giorni in cui invece che ripartire a far ciascuno il proprio dovere, ci saranno coloro che hanno avvelenato anche questi mesi e indicheranno i pali a cui sono destinati i traditori.
La nausea diffusa degli ultimi strilli di campagna referendaria non finisce oggi purtroppo, la cosa più squallida in Italia sono le trasmissioni sul dopo voto, in cui i commentatori “l’avevano detto” e da abili post-veggenti cambieranno versione all’occorrenza. Non ci sono mai stati neanche all’epoca di Berlusconi così tanti giornalisti schierati su un unico fronte.

Il nostro non è un paese maturo, oltre la virulenza dell campagna (con un procuratore della repubblica italiana che ha paragonato la scelta del SI a quella dei repubblichini di Salò (provincia venezuelana) nel ’43)).
Sono molto convinto delle ragioni della Riforma perché questo Stato è organizzato con regole che sono contro la solidarietà e la sua efficienza. E a chiunque vincerà continuerò a chiedere di cambiare.
Sono tra coloro che se preavarra’ il No, insisterò per le riforme, con qualsiasi Governo. E che se vincerà il Si le cose siano ben fatte in coerenza con gli obiettivi propagandati. Ma soprattutto insisteremo per andare avanti. Questo è un paese in cui le cose sono fatte appositamente per chi non ha bisogno di regole e dello Stato.
Se vincerà il No, non accadrà nulla di drammatico, tutto resterà così come è.
Non ero nato quando nel ’53 parti’ la prima commissione per cambiare il Senato (che gli stessi costituenti definirono “inutile doppione”) ero in seconda media quando nell’83 provarono la prima riforma costituzionale con la Commissione De Mita-Iotti e gli altri 6 tentativi che ne seguirono.
Vorrà dire che bisognerà aspettare ancora.
Questo è un paese che sulle regole, ha sempre scelto i rinvii, gli sconti su di esse e quasi mai il loro cambiamento.
Ci sarà un prezzo da pagare? Certo ma il più grosso lo abbiamo già pagato.

Votate quello che volete.
Io sogno un paese più maturo in cui dall’assemblea condominiale, ai luoghi di lavoro, ovunque si voti, solo sui contenuti e non contro il vicino, il portinaio o la moglie dell’amministratore. Con la crisi della politica molti negli ultimi anni votavano,”per la persona” con un po di vergogna per il partito che votavano, ora in modo liberatorio votano “contro la persona”.

L’Italia non è riducibile a Grillini e Renziani.
A volte, però, occorre essere consapevoli che si sceglie tra i due e che il resto è dettaglio. Come sempre del resto…

Anche nel 2006 la gran parte voto’ contro Berlusconi (che aveva già perso le elezioni) senza aver letto una riga di quella Riforma.

Il popolo non esiste, è una costruzione politica utilizzata ad arte da questo o quel potere.
Esistono le persone, a loro sta la responsabilità, informarsi, capire e scegliere. E I social sono spesso degli spargibufale che elevano ignoranti patentati a: sismologi, commissari tecnici, costituzionalisti. E le persone si annientano nella folla rabbiosa è manipolata. Più si è ignoranti e più si carica di retorica e significati roboanti ogni accadimento. È così che vince quasi sempre la folla, quella che grida senza capire e senza accorgersi di essere guidata e da 2000 anni finisce per scegliere sempre Barabba.
La democrazia senza consapevolezza e partecipazione è vuota.

Votate quel che credete e almeno da domani rispettate la scelta diversa dalla vostra. Ma soprattuto costruite la vostra con un po’ più di serietà.

A prescindere da come andrà, considero molto più pericoloso dei fallimenti delle banche e delle crisi finanziarie, non essere capaci a cambiare e consegnare il paese ai populisti demagoghi di ogni risma.
Anche se forse non basterà serviranno molti colibrì come ci ricorda Mario Sassi:

“Un colibrì vola sopra un incendio nella savana con una goccia d’acqua nel becco. Il leone urla: “cosa pensi di fare?” “Solo la mia parte”, non solo oggi ma tutti i giorni.

È il lavoro che fa l’economia?

Un libro interessante, puntuale, ben argomentato e utile non solo per gli addetti ai lavori. Nell’intenzione di Romano Benini e Maurizio Sorcioni il punto di domanda non c’è. È il lavoro che fa l’economia e non il contrario. Nel recentissimo libro “Il Fattore Umano”, edito da Donzelli Editore, i due autori affrontano il tema del lavoro sotto tutti i diversi punti di vista. Già questa è una novità, forse l’uovo di Colombo. Per capire cosa fare occorre affrontare ciò che è stato fatto e ciò che non è stato fatto e metterlo in relazione con i Paesi con i quali vorremmo confrontarci. Ma, nonostante si sia fatto poco e male per risolvere il problema non c’è in nessuna parte del libro la solita vena pessimista che generalmente si trova in chi parla di lavoro limitandosi a concentrarsi sull’avversario o sul vincolo di turno, che cambia a seconda dei punti di vista, proponendo, spesso, solo una caricatura troppo semplicistica. La tesi è che non ci si trova in questa situazione senza che le colpe siano evidenti e presenti nei comportamenti e nelle convinzioni di tutti gli attori in campo. Così come le possibili soluzioni. Il testo presenta numeri, fatti, comparazioni, evidenze. Tagli lineari che hanno compromesso parte delle radici sorvolando sui rami secchi, scelte concrete, spesso costose e sbagliate che hanno determinato la situazione in cui siamo oggi. Occasioni mancate, opportunità non colte. Ma anche una possibile via di uscita. È un libro attuale anche perché nel mondo delle imprese e del lavoro, ma anche delle loro rappresentanze, sta riprendendo importanza il tema del lavoro, della sua crescita, della sua valorizzazione e del suo riconoscimento. Non a caso il termine “corresponsabilità” diventa centrale. La scarsa qualità del nostro sistema scolastico, la preparazione dei giovani al mondo del lavoro, il loro inserimento e i percorsi di acquisizione di comportamenti e competenze che consentano di restare in relazione con un mercato del lavoro sempre più selettivo, le politiche attive stanno riprendendo la centralità che meritano. Ma, i tasselli del puzzle faticano ad incastrarsi uno nell’altro. Comprendere le ragioni dei nostri ritardi rispetto agli altri Paesi è il primo passo per decidere priorità e azioni da mettere in campo per invertire la rotta. La differenza rispetto ad altri interventi di Romano Benini è che in questo libro c’è una riflessione diversa, precisa, per certi versi ultimativa che va oltre la semplice denuncia. C’è la convinzione che non si possa più procedere in ordine sparso e sprecare risorse. E che al centro vada messo il lavoro, senza indugi. E, questa consapevolezza, prende il via da quella che gli autori definiscono “la regola dei cerchi concentrici” cioè come mettere in relazione diversi livelli di intervento già sperimentati nei Paesi più avanzati che hanno consentito loro di affrontare la crisi e i cambiamenti necessari. Competitività del sistema, welfare moderno (salute, formazione e lavoro delle persone), efficienza del mercato del lavoro, politiche e interventi di attivazione al lavoro e sistema di servizi per il lavoro. Non c’è nulla da inventare. C’è solo da prendere atto di ciò che gli altri hanno fatto e agire di conseguenza evitando il vizio della politica di fermarsi agli annunci. Ma, per fare questo, gli autori propongono di andare a fondo delle “radici dei nostri mali”. A cominciare dalle ideologie che hanno permeato e permeano ancora troppo spesso tutto ciò che riguarda il lavoro e ne impediscono una evoluzione in chiave moderna perché impongono comunque di schierarsi tra chi pensa che per creare lavoro occorra ridurre i diritti per i lavoratori e aumentare gli sgravi fiscali per le imprese o chi, al contrario, pensa che il lavoro dipenda solo dall’aumento della spesa pubblica. Non da meno gli autori indicano lo stesso ruolo di alcuni autorevoli studiosi della materia che, a volte, non disponendo di un approccio multidisciplinare, mancano di competenze relative alla cultura, all’organizzazione delle imprese di oggi e alla gestione concreta del capitale umano. Così come il ruolo, spesso troppo conservatore, delle stesse organizzazioni sindacali e datoriali determinate più a difendere legittimi quanto parziali interessi che affrontare a viso aperto il cambiamento. Tutto questo per sottolineare che solo uno sforzo comune può farci uscire dalla situazione nella quale siamo finiti e consentirci di rimettere al centro il lavoro per quello che deve essere nell’interesse del futuro del nostro Paese e delle nuove generazioni. E nelle conclusioni, gli autori danno una definizione del lavoro che mi è piaciuta molto e che condivido: “È la scoperta di noi stessi attraverso la nostra capacità di agire e, in questo modo la possibilità di rinnovarci ogni giorno”. Il lavoro quindi come realizzazione personale, dignità ma anche affermazione sociale. Per questo occorre liberarci da tutti i pregiudizi e contribuire, ciascuno per le proprie competenze, possibilità e responsabilità a costruire le condizioni perché il lavoro, la sua qualità e la sua disponibilità torni ad essere centrale come dovrebbe essere nelle priorità del Paese ma anche nelle nostre specifiche determinazioni quotidiane. E così prendere atto consapevolmente che è il lavoro che fa l’economia e non viceversa.

Il tempo prezioso delle persone mature di Màrio de Andrade

“Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti di quanto non ne abbia già vissuto.
Mi sento come quel bambino che ha vinto una confezione di caramelle e le prime le ha mangiate velocemente, ma quando si è accorto che ne rimanevano poche ha iniziato ad assaporarle con calma.
Ormai non ho tempo per riunioni interminabili, dove si discute di statuti, norme, procedure e regole interne, sapendo che non si combinerà niente…
Ormai non ho tempo per sopportare persone assurde che nonostante la loro età anagrafica, non sono cresciute.
Ormai non ho tempo per trattare con la mediocrità. Non voglio esserci in riunioni dove sfilano persone gonfie di ego.
Non tollero i manipolatori e gli opportunisti. Mi danno fastidio gli invidiosi, che cercano di screditare quelli più capaci, per appropriarsi dei loro posti, talenti e risultati.
Odio, se mi capita di assistere, i difetti che genera la lotta per un incarico maestoso. Le persone non discutono di contenuti, a malapena dei titoli.
Il mio tempo è troppo scarso per discutere di titoli.
Voglio l’essenza, la mia anima ha fretta…
Senza troppe caramelle nella confezione…
Voglio vivere accanto a della gente umana, molto umana.
Che sappia sorridere dei propri errori.
Che non si gonfi di vittorie.
Che non si consideri eletta, prima ancora di esserlo.
Che non sfugga alle proprie responsabilità.
Che difenda la dignità umana e che desideri soltanto essere dalla parte della verità e l’onestà.
L’essenziale è ciò che fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta.
Voglio circondarmi di gente che sappia arrivare al cuore delle persone…
Gente alla quale i duri colpi della vita, hanno insegnato a crescere con sottili tocchi nell’anima.
Sì… ho fretta… di vivere con intensità, che solo la maturità mi può dare.
Pretendo di non sprecare nemmeno una caramella di quelle che mi rimangono…
Sono sicuro che saranno più squisite di quelle che ho mangiato finora.
Il mio obiettivo è arrivare alla fine soddisfatto e in pace con i miei cari e con la mia coscienza. Spero che anche il tuo lo sia, perché in un modo o nell’altro ci arriverai…”

Mário de Andrade (1893-1945) – Poeta, musicologo e narratore brasiliano, grande amico di Giuseppe Ungaretti,. È considerato uno dei fondatori del modernismo.

Lo spreco dei NEET. Il nuovo libro di Alessandro Rosina

Un libro sicuramente da leggere. Per gli addetti ai lavori, soprattutto per imprenditori e sindacalisti. Ma anche per chi ha dei figli. I NEET (i giovani che non studiano e non lavorano) li abbiamo creati noi. In famiglia, cercando di perpetuare il più a lungo possibile il loro stato di immaturità e quindi di dipendenza e nella scuola continuando a proporre percorsi deboli sul lato tecnico professionale e dallo scarso rendimento individuale per quelli più elevati nei quali i giovani dovrebbero riporre impegno e aspettative. A questi elementi, purtroppo strutturali, occorre aggiungere la mancanza di politiche attive, il modesto impegno delle imprese ma anche la disattenzione dei sindacati. Il rischio, però, è che la colpa sia sempre di qualcun altro. E quindi ciascuno può, a modo suo, assolvere la propria coscienza. L’analisi è impietosa. Mostra la distanza con gli altri Paesi e il rischio che una generazione sostanzialmente perduta contribuisca ad un declino, aggravandolo. Rosina però, grazie alla sua formazione e al contesto nel quale riflette e propone le sue analisi non cede al pessimismo cosmico tipico di questi tempi ma individua alcune opzioni a portata di mano. Esagera in ottimismo quando “sogna” risolti tutti i problemi nel 2025 ma le sue proposte concrete sono interessanti. Innanzitutto occorre non fermarsi agli alibi. Altrimenti questi si trasformeranno in vere e proprie condizioni di svantaggio così come sperare che la fine della crisi economica possa risolvere da sé questo problema potrebbe rivelarsi una illusione pericolosa. Quattro proposte che dovrebbero essere messe al centro della riflessione comune. Innanzitutto fare in modo che tutti concludano il loro percorso educativo perché chi abbandona il proprio ciclo di studi (a qualsiasi livello) è più esposto alla precarietà ma anche a fragilità professionali e personali. Per fare questo occorre conoscere il fenomeno, monitorarne l’evoluzione, mirare gli interventi e misurarne gli effetti. In secondo luogo consentire l’acquisizione di competenze utili nella vita lavorativa. Stage e apprendistato sono gli strumenti più idonei. Però occorre maggiore lungimiranza sociale delle imprese e nelle imprese che consentano di superare il disorientamento prodotto in questi anni dall’uso strumentale di queste opportunità allineandole alle esperienze più avanzate in Europa. La terza proposta riguarda l’opportunità di una presenza attiva nel mercato del lavoro. Purtroppo i progetti messi in piedi fino ad ora, improntati al “partiamo e poi vediamo”, rischiano di produrre solo disorientamento, disimpegno e spreco di risorse economiche. E questo non possiamo permettercelo. L’auspicio dell’autore è quello di dotare il nostro Paese di un solido sistema di politiche attive incardinate su efficienti centri per l’impiego. La sua speranza è che la riorganizzazione dei servizi pubblici per l’impiego e l’istituzione dell’Anpal (Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro) vadano in questa direzione. Ultimo, ma non meno importante, occorre stimolare e sostenere l’intraprendenza delle nuove generazioni. Su questo non partiamo da zero. Soprattutto è già possibile constatare che dove l’intraprendenza personale trova un contesto adatto si sviluppano interessanti sinergie e prospettive di attività e quindi di lavoro. In estrema sintesi occorrerebbe un lavoro comune che favorisca autonomia, intraprendenza, senso di responsabilità e apprendimento continuo. Alessandro Rosina lo scrive e ci crede. Alla presentazione del Rapporto Giovani 2016, indagine realizzata dall’Istituto Toniolo con il sostegno di Intesa San Paolo e Fondazione Cariplo, presentata recentemente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nel suo intervento ha affermato:”«Essere felici nella fase giovanile risulta sempre meno una condizione dell’essere spensierati e sempre più legata al fare, alla possibilità di mettersi alla prova con successo in un contesto che incoraggia ad essere attivi nel migliorare il proprio futuro». La conclusione, in quel convegno ma anche del libro è quindi “semplice”: Fare, Felicità e Futuro. Le tre F su cui dovrebbero puntare i giovani italiani nei prossimi anni. Ovviamente non da soli.