Grande Distribuzione. Discount: un formato non solo tutto di un p(r)ezzo…

I discount danno sempre più  fastidio. Nessuno lo dice apertamente ma, sia nella filiera che tra i competitor che non hanno nelle loro organizzazioni questo formato, la tensione nei loro confronti sale. Intanto il numero dei discount cresce su tutto il territorio nazionale. Oggi coprono più o meno  un quinto delle vendite complessive della GDO. E nei discount  passa una parte rilevante dello sviluppo della MDD (Marca del Distributore).

Cala il commercio sotto i trecento metri quadri nei centri abitati, sale quello tra gli ottocento e i mille duecento. Rischiano di cambiare volto le vie e i centri storici. Chiudono artigiani e piccoli commercianti, aprono discount e, in misura minore, dark store. Soddisfano le amministrazioni locali che hanno aree dismesse da collocare e i proprietari di immobili o di terreni inutilizzabili per altre attività. Last but non least i margini delle imprese di quel formato aumentano e i costi sono sotto controllo.

Piacciono sempre più ai consumatori che sembrano accontentarsi di un numero di prodotti sugli scaffali che varia dagli 800 ai 1200 con un buon rapporto qualità/prezzo pur pressoché sconosciuti nella marca. Visto il forte livello di crescita c’è chi ne intravede, prima o poi, una possibile prossima  saturazione.

C’è chi non sopporta il rapporto dei loro buyer con i fornitori e più in generale il loro approccio. C’è  chi gli addebita addirittura la responsabilità dello sfruttamento in agricoltura o li addita come causa principale dei problemi della filiera. Loro prosperano mentre buona parte della grande distribuzione tradizionale si interroga sul suo futuro ferma al  “Dash lava così bianco che più bianco non si può“. Slogan fortunato almeno fino a quando i clienti si sono accorti che lava bianco come tutti gli altri detersivi. Leggi tutto “Grande Distribuzione. Discount: un formato non solo tutto di un p(r)ezzo…”

Grande distribuzione e aumento dei prezzi. Meno marketing e più politica di filiera

Per ora, ciascuno continua a giocare per sé. A monte della filiera tira un brutta aria così come tra i consumatori. I venti di guerra trasformano  i rischi in certezze e la carenza di  materie prime sta facendo il resto. La GDO ha fatto quello che ha potuto per attutirne l’impatto nella prima fase spinta a scambiare inevitabilmente l’effetto per la causa. Oggi è tardi per insistere.

Non è certo affidandosi ad una comunicazione retorica che propone dighe immaginifiche al carovita che si esorcizzerà il problema. Né semplicemente rimbalzando altrove le responsabilità sugli aumenti. Qui dovevamo arrivare e qui siamo arrivati. Non c’è solo l’effetto sui prezzi sui quali la GDO si trova più esposta, essendo l’ultimo anello della catena,  all’ira e al disagio dei consumatori.

C’è l’impatto sui costi in tutta la filiera e il rischio degli scaffali vuoti. La tempesta perfetta è quindi arrivata. Adesso però non servono fughe in avanti. Utile ma non sufficiente una generica richiesta di rimodulazione temporanea dell’IVA. Se i prezzi schizzano verso l’alto essendo l’IVA in percentuale è evidente il  rischio di pagare una tassa sulla tassa.

È però questo il momento di ragionare sulla filiera, sulle sue fragilità e sulle sue prospettive. Alla politica e alle imprese che la vivono va chiesto questo. E lo devono fare tutte le sue componenti, insieme. Lasciare che gli aumenti si scarichino semplicemente sui consumatori o unirsi al coro di chi chiede ristori generici  come quelli distribuiti a pioggia in altre categorie economiche è inutile. Occorre quindi individuare le risposte necessarie ad evitare il tracollo “qui e ora” delle imprese soprattutto PMI ma guardando avanti. 

Occorre affrontare alle radici i problemi della filiera nazionale. A cominciare dalla produzione agricola nazionale e favorendo le aggregazioni del sistema produttivo italiano ancora troppo frammentato oggi composto da oltre 700mila aziende agricole e più di 70mila industrie. Occorre puntare all’autosufficienza alimentare. Sfruttare l’occasione del PNRR per ridisegnare le priorità dell’intero comparto.

l’Italia si trova particolarmente esposta alle crisi internazionali e sconta la forte dipendenza, ad esempio, dalle importazioni di mais dai Paesi dell’Est Europa, che hanno costi di produzione decisamente minori. Secondo una recente analisi del Centro Studi di Assolombarda, a gennaio, l’indice delle quotazioni delle materie prime non energetiche continua a crescere e ha raggiunto il +45% rispetto al pre Covid. “Il gas naturale in Europa (TTF Olanda), soprattutto, ha registrato un’impressionante fiammata dei prezzi pari al +660% rispetto al pre Covid.

Più contenuti, ma sempre rilevanti, gli aumenti delle quotazioni del petrolio (Brent) pari al +31%. Il forte rialzo dei beni energetici, soprattutto del gas, si è trasferito sul prezzo dell’energia elettrica italiana. A dicembre 2021 il PUN (Prezzo Unico Nazionale energia elettrica) in Italia ha raggiunto il picco storico di 281 €/MWh (+492% rispetto al valore di gennaio 2020) e a gennaio si attesta sui 224 €/MWh (+372%). La situazione legata all’aumento del prezzo di materie prime ed energia è allarmante e rischia di compromettere seriamente la ripresa economica – ha dichiarato Alessandro Spada, Presidente di Assolombarda”.

Luigi Scordamaglia consigliere delegato di Filiera Italia in una recente intervista accende i riflettori sulle cause fondamentali della situazione. Innanzitutto le questioni legate al clima. i raccolti sono stati scarsi, o comunque più scarsi rispetto alle stime negli Stati Uniti, in Canada e in Russia. Nel 2021, il costo dei cereali e della soia è salito notevolmente rispetto al 2020, quello del mais è aumentato del 60-70%, quello del frumento in certi casi anche dell’80%. A livello mondiale c’è stata una corsa all’accaparramento, perché ogni Paese pensa per sé.

Sull’energia, non essendo riusciti a diversificare le nostre fonti, dipendiamo troppo dall’estero. Avere coltivato come quasi esclusivo fornitore la Russia, con la guerra in Ucraina in corso, la situazione si  aggraverà ulteriormente. Senza dimenticare che “è cresciuto ancora, arrivando praticamente a raddoppiare, il costo di alcuni materiali usati dall’industria alimentare, come carta, cartone, vetro e plastica e quello della logistica. Oggi spostare nel mondo materiali e prodotti  costa molto di più”.

E tutto questo mentre l’industria stava cercando di uscire a fatica dalla pandemia e dai suoi continui stop-and-go. La conclusione di Scordamaglia più che una profezia è purtroppo una facile previsione: “il peggio deve ancora arrivare”. Leggi tutto “Grande distribuzione e aumento dei prezzi. Meno marketing e più politica di filiera”

Grande distribuzione. Tre vertenze sindacali a confronto in vista del CCNL

Una delle ragioni delle difficoltà del sindacato di categoria nella Grande Distribuzione sul rinnovo del CCNL è data dal non riuscire ad individuare un nuovo terreno di scambio, da condividere con le imprese in mancanza del quale il contratto nazionale rischia di non rinnovarsi tanto presto. Negli anni dello “sviluppo infinito” la flessibilità necessaria alle diverse insegne era compensata dalla crescita occupazionale, dalle contropartite economiche e organizzative individuate attraverso la contrattazione aziendale.

Alle prime avvisaglie del cambio di fase, aziende e sindacati, hanno cercato e trovato nuovi equilibri nelle insegne definendo sostanzialmente un doppio binario nei rapporti di lavoro. Da una parte i lavoratori che, più o meno a titolo individuale, avrebbero conservato diritti e tutele in essere  e, dall’altra i nuovi entrati ai quali venivano proposte condizioni differenti soprattutto sotto l’aspetto quali-quantitativo della prestazione. Flessibilità  e tempo determinato in entrata, part time involontario, obbligo della prestazione domenicale, turnazioni d’orario, inquadramento sostanzialmente più basso.

Questa differenziazione, pur con tutti i tentativi di correzione messi in campo dal sindacato strada facendo, ha consentito di mantenere aperto un confronto negoziale in diverse aziende. In molte altre questa flessibilità definita a monte dalla legge o derivata  dal CCNL ha, di fatto, escluso il sindacato dal confronto consentendo una sostanziale mano libera alle insegne. La diffusione dei punti vendita e dei diversi formati distributivi ha reso ancora più stringente l’attenzione ai costi da parte delle imprese e quindi il costo del lavoro e la sua compressione è diventata una priorità per l’intero comparto.

Da qui il superamento o il congelamento della contrattazione aziendale in numerose realtà, i piani di riorganizzazione con il cambio di mix degli addetti, una ricercata  intercambiabilità di ruoli e persone e la cessione a terzi di punti vendita inizialmente in alcune zone del Paese per poi diffondersi un po’ dovunque. Ultimo, ma non meno importante, e pur in presenza di almeno tre CCNL in dumping uno con l’altro (più quello della cooperazione),   la diffusione crescente dei contratti pirata. Leggi tutto “Grande distribuzione. Tre vertenze sindacali a confronto in vista del CCNL”

Bonus e sostegni a pioggia. Droghe difficili da abbandonare…

Il Governo ha fatto bene, durante la pandemia, a sostenere i comparti economici che si sono, di fatto, fermati. Discoteche, alberghi, bar, ristoranti hanno veramente rischiato di chiudere. Sostenere i lavoratori e gli imprenditori è stata una scelta fondamentale. Altri settori hanno subito contraccolpi pesanti dai quali faticano comunque a ripartire,  altri ancora non ci hanno perso nulla oppure, addirittura, c’è chi ci ha guadagnato.

Pensare però che chiunque si trovi in difficoltà per ragioni, pur straordinarie ma di diversa natura, necessiti di bonus e sostegni a pioggia introduce un elemento distorsivo continuo da cui rischia di essere arduo liberarsene. L’inflazione e l’aumento delle materie prime e, più recentemente, la guerra in Ukraina segnalano la necessità di comprendere e gestire una fase nuova. L’intervento di sostegno del Governo è utile ma non deve essere inteso come risolutivo di una situazione oggettiva.

Gli operatori economici che si muovono a monte e a valle delle filiere produttive e distributive devono fare la loro parte senza limitarsi a rimbalzare responsabilità e costi. Nel comparto della GDO questa storia è cominciata nel mese di ottobre dell’anno scorso (https://bit.ly/3I2OOfq) quando la preoccupazione dell’intera filiera agroalimentare si era tradotta in una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio e ai ministri coinvolti. Nessun risposta è stata la risposta. Da quel momento è successo un po’ di tutto. L’industria e il primario hanno iniziato a premere perché i prezzi venissero adeguati. Le diverse insegne hanno reagito chiudendosi a riccio e mettendoci un po’ per capire che le difese erette per rimbalzare il problema sui concorrenti o sui fornitori non sarebbero potute durare a lungo.

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Vicenda Carrefour. Auchan, vade retro….

Com’era prevedibile il 16 febbraio il CEO di Carrefour ha dimostrato, dati alla mano, dove è arrivato il suo importante lavoro di riposizionamento dell’azienda (https://bit.ly/3I2yUCn). Oggi l’attenzione dei media è però rivolta ad altre latitudini.  Carrefour non è quindi sotto i riflettori. In Francia altri problemi agitano l’opinione pubblica.

Alexandre Bompard a suo tempo  aveva lavorato per la soluzione Couche Tard. Una realtà canadese che non aveva una presenza in Francia che stava puntando a diversificare le attività. Una partnership di quel calibro avrebbe consentito a Carrefour di continuare a crescere e di competere a livello internazionale restando però al centro dei giochi.

I suoi azionisti principali lo hanno assecondato fin da subito sostanzialmente  perché volevano vendere. Fallita l’operazione, Bernard Arnault, il principale azionista ha comunque lasciato. Considerava da tempo inutile, costosa e non più strategica la sua presenza in Carrefour.

Ad Alexandre Bompard nel 2017 lui stesso aveva assegnato, tra gli altri obiettivi, quello di individuare una partnership di livello disposta a subentrare e accelerare la crescita.  Stoppata l’operazione per intervento della politica il gruppo si è trovato, obtorto collo, sul mercato. Con il rischio evidente di finire  in balia degli eventi. Ai suoi azionisti principali, che non vedono l’ora di lasciare, interessa solo  il valore dell’azienda per cederla con il massimo vantaggio possibile.

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Grande Distribuzione. PAM, meglio l’uovo oggi?

Ho partecipato al processo di selezione di Gianpietro Corbari in Galbani nella metà degli anni 90. Il candidato che stavamo cercando  avrebbe dovuto lavorare come Direttore di Stabilimento a Casale Cremasco con l’ing. Claudio Baroncelli capo delle Operations. Un manager con un carattere difficile ma di grande esperienza che aveva, nel suo CV prima della Galbani la Sir di Rovelli, e la Mira Lanza. Corbari era il più qualificato.

Nel comparto industriale dell’azienda lattiero-casearia si fece strada per la sua competenza. Soprattutto per la sua capacità di scomporre e ricomporre i processi migliorando le performance aziendali come pochi altri. Poi ci siamo persi di vista e lui ha fatto molta  strada confermando indubbiamente  le sue qualità. In PAM la rivisitazione dei negozi era quasi conclusa e i cambiamenti già visibili. Gianpietro Corbari come CEO ha fatto bene il suo lavoro.

La recente vicenda sul rientro parziale delle pulizie che ha portato allo scontro con il sindacato è sicuramente figlia di uno dei suoi progetti di razionalizzazione. Non è un caso che la sua uscita dall’azienda è praticamente contemporanea al mesto ritiro del progetto stesso. Un errore da “ingegnere” lanciare quella campagna in tempi di covid. Un errore peggiore, una volta lanciata, ritirarla. L’obiettivo non era la qualità delle pulizie come strumentalmente hanno sostenuto i sindacati. Era l’ottimizzazione delle risorse interne.

Eppure le conseguenze di quella mossa erano prevedibili. L’impatto sui lavoratori di un progetto che determina, di fatto,  un demansionamento contrattuale non è mai di facile realizzazione. È difficile da motivare perché  irrita ben oltre il perimetro del personale sindacalizzato. L’inquadramento contrattuale è vissuto, anche ai livelli più bassi, come un riconoscimento del proprio lavoro. Le pulizie sono l’ultimo gradino della scala. È più facile trovare volontari per il lavoro domenicale che per pulire i bagni. È vista come una punizione. Certe operazioni in pejus, seppur parziali e motivate, reggono solo se sono mirate a ridurre sacche di evidenti esuberi potenziali. Ma queste devono essere dichiarate formalmente. Non solo paventate. Leggi tutto “Grande Distribuzione. PAM, meglio l’uovo oggi?”

Grande Distribuzione cooperativa. È ora di cambiare…

Non c’è più nulla che giustifichi sul piano gestionale le differenze di costo e di organizzazione del lavoro che ancora esistono tra la Grande Distribuzione privata e quella appartenente alla cooperazione. Non ha più senso neppure avere un CCNL (contratto nazionale) separato. Lo pensano, credo, anche gli stessi  sindacati di categoria. Compresi quelli che si “ostinano” a ritenere che la “Coop non deve perdere le sue caratteristiche peculiari”.

 Ovviamente sarebbe necessario intendersi sul significato di queste caratteristiche. Così come, sull’altro versante della cooperazione, le cooperative di imprenditori stanno realizzando ottime performance in Italia e nel resto del  continente. Da Conad in Italia, a Rewe in Germania fino a Leclerc in Francia.  Il mondo cooperativo a 360° sta dimostrando ovunque una flessibilità e una resilienza importanti.  Coop stessa ha scelto di avvalersi di imprenditori locali proprio  laddove la gestione diretta si è rilevata complessa. Quindi è un mondo in evoluzione. 

Credo però che occorra individuare cosa ne debba ancora rappresentare concretamente i punti di forza e cosa, per ovvie ragioni, va superato prima che corroda l’essenza stessa del modello rendendolo incapace di reagire al cambiamento. Restano  fondamentali il rapporto con il cliente in termini di convenienza e qualità, l’integrazione con il territorio e le comunità di insediamento all’interno di  un confronto costruttivo nelle filiere. Ultimo ma non ultimo, il rispetto del lavoro. Caratteristiche identificative ma non più esclusive di quel perimetro.

Sul versante del lavoro nel mondo Coop in Italia, convivono importanti CIA (contratti integrativi aziendali). Questi ultimi restano strumenti fondamentali per governare,  azienda e sindacato insieme, la complessa fase di riposizionamento. Soprattutto sulle grandi superfici.
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Sui prezzi la ricreazione è finita. Sta suonando la campanella.

Patrizio Podini è una persona seria. È stato il primo a mettersi di traverso quando tra i fornitori qualcuno sembrava volesse anticipare aumenti a suo parere non sempre giustificati ma non ci ha messo molto a capire che la situazione stava prendendo una brutta piega. Il patron di MD espone nell’intervista al Mattino tutto il suo pessimismo rispetto a quello che ci aspetta nei prossimi mesi. Aumenti consistenti interesseranno praticamente tutta la filiera agroalimentare.

Il suo grido di allarme chiama direttamente in causa il Governo con l’obiettivo di evitare che quello che appare ad alcuni osservatori come un elemento che attraverserà il 2022 si trasformi in un dato destinato a proseguire nel tempo innescando inevitabilmente una spirale di aumenti prezzi/salari che rischia di far deragliare le speranze di ripresa del Paese. La linea Maginot improvvisata dalle insegne, più preoccupate dalla concorrenza che dal problema in sé, sta cedendo rovinosamente. Resistere alle richieste indipendentemente dalle loro ragioni si sta dimostrando un errore perché non se ne percepisce la concreta efficacia vista la sensazione dei consumatori che la situazione sia ormai sfuggita di mano.

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Vade retro e-commerce. La guerra personale di Paul Magnette in Belgio

Per cercare di capire quale futuro prossimo attende il comparto della distribuzione  non serve lanciarsi in avventate profezie a lungo termine. Basta osservare cosa succede intorno a noi. Cogliere negli avvenimenti che attraversano i Paesi vicini quei segnali che indicano possibili traiettorie sociali ed economiche.

Si segnalano nuove ipotesi di concentrazioni indispensabili per competere e un decisa affermazione dei discount con inizio di possibili disagi sociali causati dall’inflazione. Fino ad arrivare ai tentativi di inquadrare nuovi lavori in vecchi schemi. In Belgio una levata di scudi contro l’ecommerce segnala la nascita di una forma di neoluddismo 4.0 destinato ad avere riflessi anche altrove. Non è un caso che Amazon, ad esempio, si stia infilando in tutte le lobby possibili sia in Europa che in alcuni Paesi chiave del suo sviluppo futuro. Una misura preventiva comprensibile vista l’aria che tira.

Il futurista Marinetti nel 1930 se la prese con gli spaghetti. Il padre del futurismo propose “l’abolizione della pasta asciutta assurda religione gastronomica italiana”. La lotta contro i mulini a vento, dal don Chisciotte di Cervantes in avanti ha sempre avuto un certo fascino. La stessa fine, credo attenda, la proposta di   Paul Magnette, presidente del Partito socialista Belga.

Anche lui si  è dato un obiettivo ambizioso: “il Belgio dopo aver eliminato il nucleare deve diventare il primo Paese senza e-commerce e solo con negozi veri”. Non va dimenticato che proprio le rigidità sulle liberalizzazioni volute dai socialisti in Vallonia hanno indubbiamente favorito il commercio elettronico. Ma tant’è. Quindi adesso tocca all’e-commerce.

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Affaire Auchan/Carrefour. I fondi chiedono di pesare nella governance.

L’operazione continua  sottotraccia ma le difficoltà aumentano. In gioco c’è la governance della nuova realtà. Carrefour è però sempre nel mirino mentre gli analisti più attenti avanzano dubbi. Alcuni degli stessi  fondi interpellati da Lazard avrebbero  già gettato la spugna.

Ho seguito la “fuga” di Auchan dal nostro Paese e la cessione a Conad, non mancherò di documentarmi e di proporre le mie riflessioni anche su questa vicenda che ha conseguenze evidenti anche sulle attività di Carrefour nel nostro Paese.

C’è innanzitutto da sottolineare un’analoga spregiudicatezza nei comportamenti  di Auchan. In Italia come in Francia. Da noi nell’aver  trovato un modo originale di sparire senza lasciare traccia. Oltralpe per la pretesa di individuare finanziatori disposti a partecipare ad  un’operazione di quelle dimensioni senza però farli entrare nella stanza dei bottoni. C’è una manifestazione  di forza e di sicurezza  che nasconde una debolezza di fondo.

La AFM è divisa. C’è chi crede nell’operazione e chi ne teme la complessità. Soprattutto le conseguenze. Questa volta c’è da metterci la faccia. Non certo da nascondersi dietro altri come hanno fatto da noi. La diffidenza di alcuni dei  fondi coinvolti è sulla reale capacità manageriale necessaria per la dimensione dell’operazione, la sua gestione e le sue ricadute. In poche parole ne vogliono la governance.

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