PER UN SISTEMA DI COLLABORAZIONE INTRAPRENDENTE TRA PARTI CHE CREANO INSIEME VALORE APPORTANDO RISORSE DIFFERENTI E COMPLEMENTARI by Enzo Rullani

1. Affrontare insieme la crisi

L’esperienza della crisi, che dura ormai da anni, ha fatto implodere i sistemi di relazione ereditati dal passato: in un capitalismo iper-frazionato come il nostro, tutto si è sfilacciato attraverso il (poco responsabile) gioco del cerino.

Se ciascuno cerca di passare agli altri il cerino acceso che ha in mano, sperando che a scottarsi siano loro, è facile capire come le relazioni tra committenti e fornitori, banche e imprese, lavoratori e datori di lavori, territori e sistemi produttivi in essi insediati si siano logorate e non reggano ormai più alla pressione degli eventi.

Molti anelli della catena produttiva cominciano a saltare o ad essere paralizzati, privi di capacità di risposta.

Un’evoluzione del genere mette in seria di difficoltà anche le strutture della rappresentanza, a cui oggi si pone un problema fondamentale: arrestare la disgregazione delle filiere produttive, delle relazioni sociali e dei sistemi territoriali, usando la loro capacità di generare senso e legami per invertire l’andamento delle cose, proponendo una logica di collaborazione tra le parti, sia nell’affrontare la crisi giorno per giorno, sia nel costruire un futuro comune che possa riattivare il meccanismo dello sviluppo, oggi gravemente inceppato.

Ma su quale terreno?

In un momento in cui il nuovo governo si dichiara disponibile a fare della logica collaborativa il suo codice di comunicazione e di azione, è importante che le parti sociali sappiano insieme offrire una piattaforma realistica, ma efficace, che indichi – alla politica e alle singole iniziative individuali – la strada da prendere.

2. La collaborazione intraprendente per uscire dalla crisi

Per quanto riguarda le iniziative anti-crisi, di effetto immediato, la logica della collaborazione implica certo una attenzione particolare agli anelli deboli del sistema produttivo e sociale, che rischiano di saltare e di essere emarginati dalla produzione di valore. La collaborazione solidaristica che ridistribuisce i costi delle crisi in base ad un principio di equità sociale – per cui ciascuno contribuisce in base alle sue possibilità – è il punto di partenza: ma basta?

Accanto a questo approccio, che fa leva sulla giustizia re-distributiva, bisogna fare anche altro.

Per due ragioni fondamentali.

Prima di tutto, ci sono dei limiti stringenti alle risorse pubbliche che possono essere destinate alla redistribuzione del reddito tra diversi bisogni e emergenze prioritarie (ammortizzatori sociali, fasce particolarmente penalizzate, misure tampone per il credito e i pagamenti della PA).

Il peso della fiscalità e dell’indebitamento pubblico riducono moltissimo lo spazio della redistribuzione possibile, oggi, e per gli anni a venire.

In secondo luogo, per fronteggiare gli effetti distruttivi della crisi, gli stanziamenti di denaro – specie se limitati – servono fino ad un certo punto: ci vuole di meglio e di più.

Contano soprattutto interventi che liberino la forza delle idee e dell’intelligenza collettiva, distribuita nelle molti fili del tessuto sociale.

Con una priorità: le imprese non devono morire, oltre la soglia del ricambio fisiologico, e la loro capacità di innovare e generare valore deve essere salvaguardata, nell’interesse di tutti.

Delle filiere a cui appartengono, dei lavoratori a cui danno occupazione, dei territori che le ospitano, delle banche che le finanziano, dei sistemi sociali che fertilizzano con le loro iniziative.

Per ottenere questo scopo, la redistribuzione del reddito e il potere di regolazione dello Stato contano fino ad un certo punto.

Forse sono presenti nelle crisi di maggiore dimensione e notorietà – e non sempre in modo efficace – ma certo non hanno un ruolo decisivo nelle tante piccole grandi crisi che riguardano l’impresa diffusa, lontana dei riflettori.

Qui gli strumenti per affrontare la pressione competitiva dei mercati sono altri, e riguardano le parti sociali direttamente coinvolte: bisogna condividere i rischi e le perdite, trovando un criterio ragionevole per ridimensionare certe attività distribuendo i sacrifici tra le molte parti co-interessate alla sopravvivenza di una certa impresa o di una certa fascia di attività.

E’ un processo difficile, in cui la contrattazione sociale può forse fornire la cornice normativa e logica: ma tocca alle singole persone, alle singole imprese, alle singole banche, ai singoli territori dire in che modo possono contribuire alla sopravvivenza ed eventualmente – in prospettiva – al rilancio di attività che non vogliono vedere chiudere o fuggire altrove.

La contrattazione aziendale ha già in molti casi trovato formule ragionevoli di distribuzione dei sacrifici che le parti in causa sono disposte ad assumere, in uno spirito di collaborazione mutualistica, di reciprocità, in vista di un interesse comune per la sopravvivenza.

Bisogna fare tesoro di queste esperienze anche se il loro contenuto è spesso una rinuncia, una riduzione delle aspettative e delle pretese contrattuali, un’accettazione di sacrifici che aiutano il sistema di cui di fa parte a non soccombere, di fronte alla crisi.

Ma certo, tutto questo non basta. La collaborazione solidale (redistribuzione politica e contrattuale del reddito, in nome dell’equità) e quella mutualistica (modificazione delle condizioni di lavoro e di reddito di ciascuno, in nome di un interesse comune alla sopravvivenza del sistema produttivo) servono ad evitare danni più gravi.

Non a guardare oltre l’orizzonte della sopravvivenza immediata.

3. La collaborazione intraprendente nella costruzione del futuro possibile

Se si alza lo sguardo sul futuro, si scopre una terza forma di condivisione: la collaborazione intraprendente nella costruzione del futuro possibile.

Questa collaborazione nasce dal fatto che, per mantenere i nostri livelli di occupazione e di reddito nel lungo termine, dobbiamo trovare il modo di aumentare di molto il valore co-prodotto dalle nostre imprese e dalle nostre filiere, in modo da compensare gli svantaggi di costo di cui soffriamo nei confronti dei concorrenti emergenti, e delle multinazionali che li utilizzano come parti delle loro filiere globali.

Questo aumento della produttività (valore prodotto per ora lavorata e per euro investito) richiede interventi correttivi importanti, rispetto alle tendenze spontanee del sistema produttivo esistente e dei modelli di business che esso ha espresso sin qui. In effetti, la produttività delle filiere che hanno base in Italia ha esaurito la sua crescita già nell’ultimo decennio del secolo scorso.

Da allora, anche prima della crisi 2008-13, ristagna. Segno di un disadattamento del nostro sistema rispetto alle forze che stanno portando avanti la transizione in corso, verso nuovi assetti competitivi e di reddito, nel mondo.

E’ per avere ancora chances su questo terreno – della costruzione del futuro comune – che serve la collaborazione intraprendente.

Ossia la collaborazione tra chi sviluppa progetti, investe risorse, assume rischi in vista di un traguardo comune, che riguarda – prima del singolo imprenditore-innovatore – l’impresa (con i suoi stakeholders, prima di tutto i suoi lavoratori), la filiera (con i suoi fornitori, committenti, distributori e consumatori), il territorio (con le istituzioni locali), l’economia della società nel suo insieme (espressa dalle differenti parti sociali).

4. Shared value: la nuova logica del valore condiviso

La logica di questo investimento condiviso sul futuro – in cui ciascuno deve fare la sua parte e assumersi i suoi rischi – è quella della co-produzione di valore, ossia del contributo delle parti in causa allo shared value richiamato di recente da Michael Porte e Mark Kramer come chiave della nuova competitività del nostro secolo.

Il valore è frutto di un processo di co-produzione delle conoscenze, delle innovazioni, dei beni e dei servizi che – nel loro sommarsi sinergico – danno valore, appunto, al nostro lavoro e al nostro investimento sul futuro.

E’ qualcosa che riguarda l’impresa, ovviamente, la cui intraprendenza – in termini di assunzione di rischi e di investimento sul futuro – è il punto di partenza del capitalismo imprenditoriale che abbiamo conosciuto sin qui.

Ma – ecco la novità – oggi è qualcosa che riguarda anche tutti gli altri attori che sono compresenti nel processo di co-creazione del valore. Riguarda il manager, ad esempio, che sempre meno visto come un “dipendente”, delegato ad eseguire ordini ricevuti dall’alto, e sempre più collocato, invece, in un ruolo di intraprendenza che lo vede collaborare con l’imprenditore assumendo rischi, facendo investimenti (sulla propria capacità professionale), ampliando lo spazio di autonomia nelle decisioni e nei problemi che gli vengono delegati.

Ma, sia pure con le ovvie differenze, questo processo di diffusione del rischio di investimento, dell’autonomia e dell’intelligenza produttiva riguarda un po’ tutte le posizioni di lavoro “dipendente” che diventano critiche per le aziende, nel rispondere in modo flessibile e creativo a problemi che è sempre meno facile prevedere e gestire dall’alto.
Il lavoratore dipendente è oggi in concorrenza – per le sue mansioni e i suoi livelli di reddito – con i molti lavoratori emergenti che si stanno affacciando sul mercato delle filiere globali.

La sua capacità di difendere i propri differenziali di normazione e di reddito dipende in misura sempre maggiore dallo sviluppo di capacità professionali differenziali – rispetto a quelle del lavoro prestato dai competitors globali – e questo richiede un investimento professionale e un percorso di apprendimento differenziali, tali da compensare l’extra-costo di partenza.

L’intraprendenza del lavoro, in termini di investimento e di uso della professionalità conseguente (in termini di rischio, autonomia, intelligenza), dà luogo ad un bisogno di collaborazione (intraprendente) con l’impresa, nello sviluppo delle innovazioni e delle esperienze di apprendimento possibili nel corso della carriera lavorativa di ciascuno.

Per reggere alla sfida, insomma, il lavoratore che vuole diventare intraprendente ha bisogno dell’impresa, con cui collaborare; d’altra parte, anche l’impresa, se vuole innovare in modo non banale, ha bisogno di coinvolgere i propri lavoratori – o almeno quelli disponibili – in una scommessa condivisa sul futuro possibile.

5. Il ridisegno (collaborativo) della trama delle relazioni contrattuali e sociali in termini di intraprendenza condivisa

Discorso analogo vale per le altre forme di relazione che sono presenti e attive nel sistema sociale.

Vale innanzitutto per le filiere, in cui committenti, fornitori e distributori devono far fronte comune nell’esplorazione del nuovo e del possibile.

Ma vale anche nei rapporti tra banche e imprese finanziate, in cui occorre assumere rischi condivisi e usare comuni linguaggi di valutazione degli stessi.

E diventa infine la nuova base di relazione nei rapporti tra imprese e territori, in cui la logica vincente è quella del co-investimento, cosa che presuppone la disponibilità a condividere rischi, nella logica della collaborazione intraprendente.

Le reti tra imprese – nelle filiere, nei territori o anche in sistemi di condivisione trans-settoriali e trans-territoriali – sono un modo per esplicitare contrattualmente questa logica di condivisione dei costi, dei rischi e dei benefici nella costruzione del futuro comune.

Ci sono, in effetti, molti modi per far valere questa condivisione intraprendente del futuro possibile.

Uno di quelli che potrebbe essere utilmente sperimentato è quello che deriva dalla costruzione di un sistema di prezzi e di condizioni contrattuali che consenta una automatica – e non conflittuale – distribuzione degli eventuali benefici e delle eventuali perdite, in funzione degli investimenti e dei rischi assunti da ciascuna delle parti in causa.

Se, ad esempio, impresa e lavoratori dipendenti assumono un medesimo progetto di competizione per il futuro, da questo progetto condiviso discenderanno impegni ad investire e a comportarsi in modo conseguente, per tutte le parti in causa, nella logica – appunto – della collaborazione intraprendente.

Prezzi e condizioni contrattuali possono variare nel tempo in modo consensuale, e non conflittuale (ossia secondo la logica del “cerino”).

Nel momento in cui il progetto arriva ai risultati attesi, le retribuzioni e le condizioni di lavoro potranno migliorare, ridistribuendo il risultato tra le parti coinvolte. Fermo restano che, in caso di insuccesso, retribuzioni e condizioni contrattuali dovranno adeguarsi, in modo da ridistribuire le perdite e i sacrifici conseguenti.

Criteri simili possono essere elaborati e proposti nei prezzi e delle quantità contrattate nelle filiere tra committenti e fornitori che vogliano elaborare una visione condivisa del futuro, e del percorso di investimento da seguire per arrivarci.

Ma si possono immaginare anche tassi di interessi e condizioni contrattuali variabili anche tra banche e imprese finanziate, in funzione dell’esito dei progetti su cui si fa una scommessa comune.

Lo stesso si potrebbe immaginare in termini di fiscalità, o di rapporto tra le imprese e i beni comuni che esse usano nei territori.

6. La società intraprendente (a venire) e le associazioni imprenditoriali (di oggi)

Le associazioni imprenditoriali hanno, in questo passaggio, un ruolo di grande responsabilità.

Prima di tutto, perché devono essere parte attiva nell’organizzare alcuni dei circuiti di collaborazione intraprendente sopra richiamati, che non possono fare capo alla singola impresa, ma richiedono la collaborazione tra molte imprese.

In secondo luogo, perché – nel momento in cui si sviluppano percorsi diffusi di condivisione collaborativa tra parti sociali differenti – è la società nel suo insieme che diventa società intraprendente.

Consapevole dei vantaggi e delle regole su cui si basa la condivisione degli investimenti, dei rischi e dei benefici affidati al futuro comune.

La logica imprenditoriale di investimento sul futuro va diffusa nell’insieme del corpo sociale, e – in questo – la cultura di impresa – centrata sulla produzione competitiva e a rischio di valore – diviene un riferimento essenziale per tutti, anche per le parti sociali che finora hanno praticato percorsi differenti, più solidaristici o distributivi.

Le imprese e le associazioni imprenditoriali che hanno sedimentato, nella loro storia, decenni di esperienza nella produzione intraprendente di valore, possono avere una posizione baricentrica in tale evoluzione, a condizione che mettano le proprie idee e capacità al servizio della costruzione condivisa di un futuro comune.

Quale futuro per i nostri diplomati? Il rapporto Almadiploma – da secondo welfare

Il Rapporto 2016 AlmaDiploma, che scaturisce dalla decima Indagine sugli Esiti a distanza dei Diplomati presentata lo scoso 25 febbraio a Roma, vuole essere funzionale sia alle politiche per l’orientamento sia al miglioramento del rapporto fra formazione/istruzione e mondo del lavoro. Tutto questo nell’ottica del contrasto alla dispersione scolastica e al fenomeno dei NEET (giovani di 15-29 anni né occupati né impegnati in percorsi formativi o educativi) che in Italia interessa il 26% dei giovani (il 10% in più rispetto alla media europea).

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Caro Inps, tieniti la tua busta arancione…. di Elisa Calessi

Caro Inps, caro Tito Boeri, non mandarmi la busta arancione. Ti faccio risparmiare la spesa di busta, lettera e francobollo. Sarà poco. Ma meglio che niente. No, non mandarmela. Apprezzo l’intenzione, capisco la filosofia che c’è dietro. Mi sforzo, per così dire, di capirla e immagino sia, suppergiù, questa: è bene che le persone, e in particolare i giovani, siano consapevoli del futuro previdenziale che li aspetta (o sarebbe più corretto dire: che non li aspetta). Capisco, ma proprio per questo insisto: non voglio la busta arancione.

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Innovazione e domanda di consapevolezza. Piero Dominici – nova sole 24

L’obiettivo principale di questo paper è quello di evidenziare i livelli di connessione esistenti tra la particolare contingenza/congiuntura storico-culturale e la sempre più attuale ed urgente domanda di filosofia e di un “diritto alla filosofia” inteso, non tanto come risposta ad una domanda di senso che è forte, radicata ed evidente, quanto come una sorta di diritto alla consapevolezza, ad essere capaci di riflettere, analizzare criticamente ed elaborare pensiero e, possibilmente, soluzioni alle problematiche della propria esistenza.

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Quale livello di Welfare aziendale nelle piccole e medie imprese?

Welfare Index PMI è un indice, promosso da Generali con la partecipazione di Confindustria e Confagricoltura, che valuta il livello di welfare aziendale nelle piccole e medie imprese italiane. Sviluppato dalla società specializzata Innovation Team, questo strumento vuole fotografare il livello del welfare aziendale nelle PMI e, nel contempo, offrire alle aziende la possibilità di valutare il livello di servizi offerti comparandoli con quelli delle altre imprese che hanno partecipato all’indagine. Il Welfare Index PMI esprime con un numero che va da 0 a 100 il livello del welfare aziendale presente nelle 2.140 aziende, appartenenti a tutti i settori produttivi, oggetto dell’indagine.

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ISTAT – rapporto sulla competitività dei settori produttivi

Il Rapporto sulla competitività dei settori produttivi è tradizionalmente finalizzato all’analisi degli aspetti strutturali e dinamici della competitività del sistema delle imprese. Quest’anno, nella sua quarta edizione, il Rapporto propone una lettura congiunta dei dati sulla domanda di lavoro, allo scopo di valutare adeguatamente le caratteristiche della ripresa occupazionale vista dal lato delle imprese.

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Salario minimo legale: uno studio proposto da Eurofound e sviluppato da Karel Fric.

Si parla tanto di salario minimo in Italia. C’è chi lo fa in buona fede e chi meno. Se l’obiettivo fosse la lotta al lavoro nero o l’individuazione di una copertura per chi non è tutelato da un contratto nazionale, è certamente una riflessione da fare. Se, al contrario, l’obiettivo fosse solo quello di scardinare la funzione equilibratrice del CCNL e di conseguenza aprire ad una stagione di dumping tra imprese questa tendenza va decisamente contrastata. Questo studio affronta il tema proponendo le diverse soluzioni adottate nei Paesi UE. Per questo è sicuramente un contributo interessante.

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Cassa integrazione 2016 a cura del dipartimento settori produttivi – Osservatorio CGIL

Una media annua di cinquantamilioni di ore di cassa integrazione, purtroppo in aumento. Non ci sono segnali di inversione di marcia. Il dipartimento settori produttivi della CGIL pubblica i dati e le comparazioni anno su anno, settori, regioni e province. Un quadro chiaro delle difficoltà che attraversa ancora l’economia italiana impegnata a cogliere i segnali di una difficile ripresa. Un rapporto che mostra, purtroppo, quanto è profonda la distanza tra la realtà percepita dalle famiglie e la sua rappresentazione mediatica.

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Piano scuola digitale: azioni di cura per la digitofobia di Giuseppe Corsaro insegnante e fondatore della community insegnanti 2.0

Fra le azioni cosiddette “di accompagnamento” c’è attenzione al tema della formazione digitale dei docenti, ad esempio con l’istituzione della figura dell’animatore digitale per ogni scuola. Un pool di “buone intenzioni”, strategicamente ben ideate che fanno capire quanto centrale venga considerata la questione all’interno del PNSD. Articolo tratto da da una pubblicazione di FPA s.r.l. che è il nuovo nome della società che da oltre 26 anni organizza FORUM PA l’appuntamento che ogni anno a maggio al Palazzo dei Congressi di Roma si propone come punto di incontro e collaborazione tra pubblica amministrazione, imprese, mondo della ricerca e società civile.

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Qualité du dialogue social: Les surprises du panorama européen

Jean-Claude Junker, presidente della commissione europea ha dichiarato di puntare ad essere “il Presidente del dialogo sociale”. Di questi tempi una affermazione in apparente controtendenza. Nell’Europa della “finanza” e delle banche cresce una volontà diversa? Sarebbe un segnale importante. Vediamo allora quali differenze ci sono tra i diversi Paesi membri?

Da Metis: un articolo di Martin Richer