La trappola del salario minimo…

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Com’era evidente i 9 euro del salario minimo si stanno trasformando in un trappola per chi cerca di ragionare sul tema. È già successo con le pensioni cosiddette d’oro. Mettere gli italiani gli uni contro gli altri è una tecnica che paga. Compatta i propri sostenitori. Individua il nemico confermandone  i suoi contorni antipopolari. Per il PD rischia di essere una via crucis. Adesso è il turno di Cesare Damiano sbeffeggiato sulla rete. Renzi per sfuggire alla morsa aveva addirittura inseguito i 5S sul loro terreno scavalcando i sindacati e le imprese e sparando una cifra più alta.

Tempo perso. 5S e Lega sono asindacali. Nel senso che non comprendono né la necessità né il ruolo del sindacato. Non conoscono quel mondo. Lo interpretano come una costola del 900 (i5S) o come un avversario fin dai tempi del SINPA di Rosi Mauro. Non hanno le aziende come controparte. Non devono mediare, trovare compromessi, salvare posti di lavoro.

Si muovono come se il mondo della rappresentanza non esistesse se non sullo sfondo. Li ascoltano se alzano la voce ma sempre con distacco. Ne interpretano le esigenze solo se compatibili o funzionali ai loro obiettivi. Hanno una visione semplicistica del lavoro e dell’impresa che esclude le complesse iterazioni che determinano il successo dell’attività imprenditoriale e della conseguente possibilità di creare lavoro.  Contano gli assunti con il pallottoliere non gli effetti collaterali su chi, ad esempio, non ha visto il suo contratto rinnovato per le regole sui contratti a tempo determinato.

Non riflettono sulle asimmetrie di potere e quindi sulle tutele contrattuali. Banalizzano le ingiustizie, generalizzandole e strumentalizzandole. La polemica sui “prenditori”, sul lavoro domenicale o sullo sfruttamento dei ciclo-fattorini  nasce da queste superficialità di approccio. Così come la pesante sottovalutazione degli infortuni sul lavoro. C’è tanta cultura di vecchia estrema sinistra, condita con la convinzione che dal basso non può cambiare nulla, nei ragionamenti grillini.  Da qui l’approccio alla Robin Hood del vice premier. Al contrario della Lega dove c’è il mito dell’imprenditore (non dell’impresa) meglio se piccolo e del lavoratore bergamasco che non guarda l’orologio ma lavora e basta.

Sono entrambe culture radicate. Non nascono con l’avvento del “Governo del cambiamento”. Hanno origini lontane. Il sindacato, almeno quello che non ha contribuito ad ingrossare le file  del populismo, ha sempre combattuto questa idea dell’individuo solo davanti al lavoro. E favorito l’idea della retribuzione  come parte di un sistema di diritti e doveri altrettanto importanti da ampliare con la contrattazione.

La proposta del salario minimo, consapevolmente o meno, indebolisce proprio questa cultura. Per questo non è facile combatterla. A mio parere quella sulla cifra di riferimento è una battaglia persa. Innanzitutto perché paragona pere con mele e poi perché è troppo facile spingere il malcapitato commentatore in un angolo sulla  scarsa consistenza di un reddito di quella entità.

La battaglia va fatta sull’introduzione o meno dello strumento che mina la contrattazione collettiva, sui rischi di indebolimento degli istituti garantiti dalla contrattazione e non presenti nella proposta dei 5S e semmai sulla sua necessaria introduzione nel lavoro autonomo sottopagato. Infine se proprio si arrivasse alla conclusione che impedirne l’introduzione è una battaglia assolutamente compromessa  occorrerebbe ragionare sui vincoli per impedire la fuga dalla contrattazione collettiva.

9 euro non sono pochi visti dalle imprese (e dalla logica di sistema) ma sono sicuramente pochi visti dal lavoratore. Anche da coloro che guadagnano di più. Nella scala parametrale dei CCNL rappresentano, più o meno, gli ultimi due livelli. Il fatto che i sindacalisti girino alla larga dal dibattito sulla cifra dovrebbe far riflettere politici ed ex sindacalisti sulla sua vischiosità.

Il dibattito però andrebbe rilanciato. Sul piano politico chiedendo ai promotori di spiegare nel merito la loro proposta. Se i 9 euro sono comprensivi di TFR, tredicesima, ferie, ecc. oppure se quel limite li esclude. Far politica non è fare la caricatura delle posizioni altrui ma controbatterle con proposte.

Se è vero, come è vero che l’80% dei lavoratori dipendenti sono coperti dalla contrattazione collettiva  qualcuno ha mai accusato i promotori del rischio che si crei una sacca iniziale del 20% di ghettizzati, senza altro diritti oltre al salario minimo (che tra l’altro sarebbero risolti con l’applicazione erga omnes degli attuali CCNL), destinati inevitabilmente ad estendersi così da creare aziende e lavoratori a cui si applicano gli istituti contrattuali e altre, magari concorrenti, a cui è garantito solo il minimo di legge.

Partire dall’entità della cifra e dalla sua composizione in un Paese come il nostro è materia da giuslavoristi puntuti, non da politici che, nell’arena, combattono corpo a corpo. Non serve ingaggiare battaglie ideologiche destinate alla sconfitta certa.

Sulle pensioni cosiddette d’oro è stata la stessa cosa. non importa a nessuno se un dirigente italiano paga le tasse e ha versato tutti i contributi per la sua pensione. Lo scontro provocato era sull’entità. Questo faceva audience. Non sulla sua correttezza. Sul salario minimo è lo stesso, però al contrario.

Chi osa dire che sono troppi sfida la difficile economia familiare di centinaia di migliaia di famiglie. E anche di chi sta immediatamente sopra quel reddito. Favorire il coinvolgimento di sindacati e associazioni di imprese sarebbe la scelta giusta  da parte del Governo. Ma sarebbe una richiesta saggia anche della stessa opposizione. Anche su questo occorrerebbe un passo in avanti della politica. Il tutti contro tutti su queste materie non giova a nessuno.

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