Grande Distribuzione. Non si rinnova il CCNL senza una visione comune del futuro del comparto

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Nei numerosi  articoli dedicati  al mancato rinnovo dei CCNL che riguardano la GDO e più in generale il terziario di mercato ho spesso esaminato le variabili esogene che ne hanno impedito il rinnovo. Costi e tensioni difficili da gestire in questa fase per molte insegne, ripresa dell’inflazione, preoccupazioni per il futuro, scarso peso del sindacato, rischio di rincorsa in dumping tra contratti, ecc. Quelle endogene, altrettanto importanti, le ho tenute volutamente sullo sfondo.

Quelle di contesto bastano e avanzano. Però influiscono anche le altre proprio perché sono un derivato di difficoltà interne o di conseguenze di strategie organizzative radicate nelle diverse organizzazioni. I pesi sono ovviamente diversi.

L’ambizione di Confcommercio è mantenere, anche attraverso la sottoscrizione di un  CCNL di natura confederale, la rappresentanza esclusiva dell’intero  terziario di mercato (ben oltre il confine del commercio) insidiato da tempo da Confindustria di cui la GDO rappresenta solo una piccola parte mentre per Federdistribuzione l’obiettivo resta la certificazione della propria titolarità specifica come rappresentante esclusivo (o almeno maggioritario)  del comparto.

Due obiettivi che, se non trovano una composizione, individuando percorsi compatibili tra loro,  rendono ancora più complessi, e inevitabilmente poveri di contenuto,   i rinnovi stessi. Sarà interessante, se e quando sarà operativa  una  certificazione concreta della rispettiva rappresentatività reale, misurare chi delle due, tra Confcommercio e Federdistribuzione, può vantarne la titolarità a sottoscrivere il CCNL specifico dando per scontato che il problema non si pone, almeno per ora,  per il mondo COOP, dotato di un suo contratto nazionale.  E nemmeno per Confesercenti visto il suo scarso peso nel settore. L’entrata di Conad in Confcommercio, pur significativa in termini di apporto associativo, non credo sia sufficiente a mettere in discussione la leadership di Federdistribuzione anche se, sui numeri (tra quelli dichiarati e i reali) è meglio essere cauti perché qualcosa non quadra.

Resta quindi la scelta politica  a monte. Continuare ad inseguirsi per neutralizzarsi a vicenda in un dumping al ribasso infinito o gettare il cuore oltre l’ostacolo e costruire un CCNL del terziario “ombrello” dentro il quale gestire autonomamente le rispettive specificità di comparto. Non solo della GDO. Soluzione, temo,  efficace ma forse troppo “costruttiva”, purtroppo, per essere presa in considerazione. Gli interessi associativi vanno spesso al di là degli interessi dei rispettivi associati. Spiegare però le dinamiche interne che impediscono, per ora, qualsiasi passo in avanti concreto non è semplice.

In Confcommercio la titolarità e la gestione dei diversi CCNL, dai dirigenti alle differenti categorie di addetti, costituisce non solo una delle ragioni principali alla base dell’adesione associativa delle imprese ma anche  la principale fonte di finanziamento. In tempi di pandemia i contributi degli associati sono calati ovunque e solo grazie  agli  automatismi costruiti nei diversi CCNL il dissesto economico al centro come in periferia è stato evitato. Quindi, per la confederazione di Piazza Belli, la mancata difesa del perimetro contrattuale, così com’è oggi, sarebbe esiziale.

Da qui la forte resistenza sul tema della certificazione della rappresentanza. Aggiungo che l’affidamento dell’intera materia ad un vicepresidente di buona volontà ma di scarso peso politico complessivo non ha certo aiutato. L’impasse interno sta tutto lì. In passato era il Presidente che, quando era necessario, si assumeva l’onere e la responsabilità di prendere una decisione sulla necessità di procedere con il rinnovo. Oggi, a sentire i sindacati ma anche le indiscrezioni interne, tutti si limitano ad accusarsi a vicenda pur di  sottrarsi alle rispettive responsabilità. Una situazione mai vista in Confcommercio.

Per quanto riguarda Federdistribuzione il discorso è più complesso. Il CCNL firmato a suo tempo non ha nulla di distintivo. È una semplice ricopiatura  di quello firmato da Confcommercio. Che nessuno fosse in grado di andare oltre lo si era temuto fin da subito. È il limite di Federdistribuzione. L’inesperienza di chi ha condotto quel negoziato essenzialmente basato sull’ottenimento un semplice sconto sul costo  non poteva che portare, dopo l’apparente “vittoria” ad una situazione di dumping salariale infinito che, a sua volta, ha innescato un ulteriore effetto sostitutivo locale attraverso l’aumento della cosiddetta contrattazione “pirata”.

D’altra parte se la logica non è la ricerca di una distintività di comparto nei contenuti in grado di cogliere le esigenze organizzative e gestionali specifiche delle imprese, che avrebbe giustificato il superamento del testo firmato da Confcommercio, tanto vale che ciascuno, nel rispetto della legislazione attuale, si costruisca un proprio CCNL su misura da applicarsi localmente risparmiando ulteriormente sui costi.  E questo è avvenuto nel disinteresse della stessa Federdistribuzione in  diverse realtà territoriali.

La struttura della Federazione e gli HR delle diverse insegne riunite nel loro comitato lavoro non avevano e non hanno ancora oggi  le competenze e l’autorevolezza per andare oltre. E quindi ha prevalso il fuoco incrociato sui costi dei diversi CEO che in larga parte non hanno la ben che minima considerazione  del CCNL intendendolo, da sempre, più come un insieme di vincoli e di costi che un potenziale terreno di innovazione possibile.

Non va dimenticato che negli ultimi dieci anni il peso delle direzioni HR nelle imprese della GDO è diminuito in modo significativo creando un vuoto di potere riempito da altre funzioni aziendali che vedono la materia sindacale e il sindacato (nel migliore dei casi) come una banale rottura di scatole.

Il CCNL, è meglio ribadirlo, non è un contratto aziendale più grande come recita il famoso spot del pennello cinghiale. Dovrebbe essere  tutta un’altra cosa. Ha una sua dimensione precisa e contenuti che ne costituiscono la distintività rendendolo diverso e caratteristico del comparto a cui si riferisce.

Il CCNL del terziario, i cui testi sono oggi in vigore, al contrario, è, come si dice, una sorta di contratto “cipolla”. C’è chi lo rispetta in toto e ad esso aggiunge anche una ricca contrattazione aziendale come Esselunga o Lidl per fare due esempi, chi applica retribuzioni e regole generali (ferie, inquadramento, malattia, preavviso, ecc.) che rappresenta la stragrande maggioranza delle insegne e chi, infine applica solo i minimi contrattuali affidandosi, per il resto, alla fantasia applicativa tanto i controlli e le rivendicazioni sono ai minimi storici. E poi c’è chi è andato oltre derogando addirittura da quei minimi attraverso una contrattazione locale guidata dai rispettivi consulenti del lavoro. Una sorta di caos calmo.

In queste condizioni è difficile aspettarsi un impegno vero e un risultato che giustifichi un equilibrato riconoscimento economico e le sue contropartite. Un quadro di riferimento crudo ma trasparente che dovrebbe far riflettere anche i sindacati di categoria. Non vedo spazi di innovazione né di distintività possibile senza un ripensamento complessivo dello strumento.

La ripresa dell’inflazione, e quindi la necessità di dare risposte agli addetti che sono essi stessi consumatori, deve trovare altre strade. Io ne ho indicata una (https://bit.ly/3DZvY8f) che consentirebbe di traguardare il rinnovo vero a tempi migliori. Ce ne possono essere altre.

Difficile far coincidere la volontà di resistere all’introduzione di un salario minimo per difendere il CCNL e le sue prerogative nel comparto con l’indisponibilità a rinnovare gli impegni a suo tempo liberamente sottoscritti. Ciò che non è assolutamente possibile  è non scegliere.

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