Patto anti inflazione. Siamo al penultimatum dell’industria alimentare

Tweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedIn

Com’era prevedibile il cerino è ritornato in mano al Governo. Il patto trimestrale anti inflazione  va in stand by. Ma il governo sembra comunque deciso ad andare avanti. La ripresa autunnale si presenta quindi sempre più complicata per il Paese. Il ministro Urso ha deciso di allargare il tavolo convocando oggi in videoconferenza le associazioni della grande distribuzione e del commercio tradizionale — Federdistribuzione, Ancc Coop, Ancd Conad, Confcommercio, Confesercenti, CNA, Assofarm e Unifardisda — puntando alla sottoscrizione comunque di  un impegno comune entro il 10 settembre  sul trimestre anti-inflazione per «offrire prezzi calmierati su una selezione di articoli rientranti nel carrello della spesa e di prima necessità, nel rispetto della libertà di impresa e delle singole strategie di mercato».

Giustamente il Presidente di Federdistribuzione Carlo Buttarelli tiene il punto: «Sono mesi che chiediamo all’industria di mostrare senso di responsabilità verso le famiglie, abbassando, dove possibile, i propri listini di vendita», ma «l’industria di trasformazione, sollevando argomentazioni pretestuose e strumentali, si dichiara indisponibile: la distribuzione moderna conferma invece la volontà di continuare la collaborazione con il governo». Ottima decisione. Adesso bisogna lavorare per riportare tutti al tavolo. 

Centromarca e Associazione Ibc (Industrie Beni di Consumo) che insieme rappresentano le più grandi aziende italiane del settore hanno ribadito, da parte loro (per ora), il “Non debemus, non possumus, non volumus”  al ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. Le ragioni sono contenute in una nota. “La marginalità delle aziende si è deteriorata a causa del forte aumento del tasso di sconto. Il quadro complessivo non consente previsioni realistiche sulla dinamica dei conti economici e sulle linee delle politiche commerciali dei prossimi mesi. Un’azione di controllo dei prezzi, a prescindere da queste variabili e dalle differenti condizioni delle singole aziende, rischia di pregiudicare la tenuta del tessuto produttivo (soprattutto delle Pmi) e la continuità dei fondamentali investimenti a presidio di qualità, sicurezza, sviluppo, occupazione e sostenibilità”.

“I bilanci industriali – prosegue il comunicato – registrano riduzioni dei margini, a conferma del fatto che, consapevoli della debolezza del potere d’acquisto delle famiglie, i produttori di beni di largo consumo hanno fatto quanto era in loro potere per trasferire con gradualità a valle gli extracosti anche incamerando negli anni scorsi contrazioni significative dei profitti. Nell’alimentare i margini per unità di prodotto hanno registrato una riduzione del 41,6%. L’Osservatorio Congiunturale Centromarca – Ref Ricerche evidenzia che lo scorso anno il 43,5% dei manager delle aziende alimentari e non food ha riscontrato profitti in diminuzione e il 6,2% ha prodotto in perdita. Nel 2022 le tensioni al rialzo dei costi, già in atto nel 2021, si sono accentuate.

Per la media dell’industria del largo consumo, secondo elaborazioni di Prometeia, l’incremento è stato del 15,4%, superiore al manifatturiero. L’industria ha trasferito solo parzialmente i costi sui prezzi: in media d’anno, nel 2022, i prezzi al consumo del largo consumo sono aumentati meno del 10% (8,8% per alimentare e bevande). L’impegno delle aziende industriali nel contenimento dei prezzi è confermato anche dal fatto che nel 2022, a fronte di un impatto dell’inflazione che ha determinato una crescita della spesa complessiva delle famiglie pari a 446 euro mensili (rispetto al 2021, dato Istat) l’impatto del carrello della spesa stimato da Nielsen è stato di 35 euro”.

Centromarca e Ibc si dichiarano infine disponibili, si legge nella nota, a sedersi a un tavolo di confronto con il governo e con la distribuzione con l’obiettivo “di affrontare a un tavolo condiviso e in modo organico le inefficienze presenti nella filiera del largo consumo che si traducono in costi per il consumatore finale”. Auspicando, al tempo stesso, una riduzione sensibile dell’Iva sui beni di consumo, ulteriori tagli al cuneo fiscale e azioni che portino la concorrenza nei settori in cui non è presente.

Personalmente credo che una dichiarazione di questo tenore sia un errore. Non tanto nel merito delle argomentazioni che in parte non sono assolutamente contestabili, quanto come ho già anticipato su Twitter “Chiedere alle imprese di non aumentare (non di diminuirli) i prezzi da ottobre a dicembre non significa obbligarle. Significa condividere una necessità del Paese. Vale per l’industria come per la GDO. Non farlo significa, di fatto, preannunciare nuovi aumenti. Un doppio danno”.

Ma cosa auspicava il pur blando protocollo del Governo?

“Le Associazioni, che rappresentano l’industria e la gran parte delle aziende nel settore della distribuzione alimentare e non alimentare, operanti su tutto il territorio nazionale i cui punti vendita attuano, per tipologia di prodotti ed articolazione delle offerte promozionali, costanti campagne di vendite a prezzi particolarmente contenuti, sui beni di prima necessità, si impegnano con la firma congiunta della presente intesa a promuovere presso le loro associate, azioni atte ad offrire nel periodo di decorrenza del Protocollo prezzi calmierati su una selezione di articoli ivi compresi quelli rientranti nel cd. carrello della spesa e a “non aumentare il prezzo” di tale selezione nel periodo di riferimento, nel rispetto della libertà d’impresa e strategie di mercato, per quelle tipologie previste nel comma successivo che lo consentano.

Tale risultato, potrà essere realizzato attraverso modalità flessibili, purché sussumibili sotto l’egida dell’iniziativa del trimestre anti-inflazione. A titolo esemplificativo, ma non esaustivo, mediante l’applicazione di prezzi fissi, attività promozionali sulle referenze individuate, ovvero mediante iniziative sulla gamma di prodotti a marchio (cd. private label), carrelli a prezzo scontato o unico, ecc. Le Associazioni della distribuzione comunicheranno al Ministero, entro il 15 settembre 2023, le aziende che intendono aderire all’iniziativa.

Nell’ambito della strategia anti-inflazione che il Governo, anche con il presente accordo, intende perseguire, viene costituito un tavolo permanente presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, a cui parteciperanno le associazioni firmatarie del presente accordo, per affrontare i problemi dei settori e definire le possibili politiche pubbliche di sostegno.  In un mio recente intervento auspicavo una sorta di “margine zero” per il trimestre (https://bit.ly/3OB5YqR) accompagnato da un intervento analogo del Governo sul piano fiscale a sostegno dell’obiettivo comune (IVA e tagli al cuneo fiscale).

Nel protocollo l’accenno del coinvolgimento era forse troppo generico (“Al tavolo comune in ragione delle tematiche analizzate, saranno coinvolti gli altri Ministeri competenti per la trattazione dello specifico settore”) per un impegno che coinvolge necessariamente altri ministeri e direttamente la Presidenza del Consiglio.

La ripresa del confronto quindi è possibile  e auspicabile. È evidente che lo sforzo non può essere esclusivo dei singoli attori della filiera.  Per questo credo che quello dei rappresentanti dell’industria sia più un penultimatum che un ultimatum. Nessuno, credo, punti ad  accentuare situazioni di grave disagio sociale.  Settembre però è dietro l’angolo. Questo deve essere chiaro a tutti.

Tweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedIn

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *